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Legge 112 del 2002

 
 

 

 

Vendita Beni Culturali: archivio


Costa S. Giorgio in abbandono
2 febbraio 2007

"Sopralluogo di Valdo Spini nella caserma di Costa San Giorgio: "Un percorso di guerra tra rovi e quant´altro". Sporco, abbandono e affreschi antichi l´agonia della Scuola di sanità militare I militari l´hanno lasciata nel ´99 per trasferirsi a Roma "E´ un´emergenza e una vergogna, presenterò un´interrogazione" Un percorso di guerra. Tra rovi, sterpaglia, sporcizia, escrementi di piccioni che fanno da corredo ad antichi affreschi di un "Ultima cena" opera della bottega di Cosimo Rosselli del 1488, ad un lunettone con l´«Annunciazione» di Bicci di Lorenzo di fine ‘300, ad un chiostro quattrocentesco con pilastri ottagonali in pietra serena. Benvenuti all´ex caserma Vittorio Veneto di Costa San Giorgio. Un itinerario-avventura nel cuore vuoto della città, che ha visto l´onorevole Valdo Spini «impegnato in un percorso di guerra, scavalcando rovi e quant´altro» durante il sopralluogo che lunedì scorso ha fatto agli edifici dismessi, che fino al ‘99 hanno ospitato la Scuola di sanità militare dell´esercito, poi trasferita a Roma. «Un´emergenza e una vergogna» commenta Spini, che ha deciso di presentare subito un´interrogazione in Parlamento sul grave stato di degrado in cui versa questo vasto complesso storico, confinante con il Giardino di Boboli e Forte Belvedere. Non è la prima volta che si torna a parlare del disastroso abbandono del complesso di immobili e giardino: una superficie di 30.500 metri quadrati, di cui 10.060 coperti, lasciata completamente alla deriva nonostante le numerose e pregevoli testimonianze storiche che custodisce, visto che la struttura che fin dal 1866 ha ospitato i militari, trae origine dall´accorpamento di due antichi conventi. Ebbene dal ‘99, sulla dismissione e sul riutilizzo degli edifici si sono incrociati vari progetti tra Difesa e Consap Spa incaricata delle vendite: farne un albergo, una serie di residenze, un centro commerciale, una fondazione museale. Ipotesi naufragate, mentre la soprintendenza ai monumenti istruiva studi e pratiche che hanno vincolato tutto il complesso. «Le proposte erano tutte fantasiose e impraticabili, tutte contrarie al nostro parere che vuole il complesso destinato alle istituzione della città» afferma l´assessore all´urbanistica di Palazzo Vecchio Gianni Biagi. «Ma questa volta ci siamo - afferma Spini - mi dicono che i primi di marzo il ministero dell´Economia emanerà un nuovo elenco con tutti i beni della Difesa da dismettere, e vi compare anche l´ex caserma di Costa San Giorgio. Serve subito un accordo di programma tra Palazzo Vecchio, Provincia e Regione, un´azione congiunta per restituire questo bene alla città». Edifici e spazi su cui da tempo anche la soprintendenza amerebbe allargarsi. «Anni fa chiedemmo al ministero della Difesa che ci venissero assegnati - ricorda il direttore regionale dei Beni culturali Mario Lolli Ghetti - Non per accorpare il loro giardino a quello di Boboli, perché storicamente non ne ha mai fatto parte, ma certo gli edifici sarebbero perfetti per usi istituzionali, per portare lì i nostri uffici e per realizzarvi laboratori di restauro e depositi della soprintendenza, da sempre alla ricerca di spazi». Una richiesta che si rinnova e su cui concordano tutti i soggetti interessati. Che questa volta, sembrano pronti ad unirsi e contrattare. «Esiste un vincolo su tutto il complesso - prosegue Lolli Ghetti - Quando sarà messo in vendita ci chiederanno il permesso per l´alienazione. Permesso che può anche essere rifiutato per un uso non compatibile. Saremmo felicissimi di poterlo avere in consegna utilizzare per l´uso pubblico. Certo, servono molte risorse per restaurarlo e il nostro ministero è a corto di fondi»".

MARA AMOREVOLI 01 FEBBRAIO 2007 - LA REPUBBLICA, FIRENZE

 
In svendita il patrimonio dello stato
15 febbraio 2006

"Pur di fare cassa è stato abbattuto il valore degli immobili La Corte dei conti affonda il governo sulle cartolarizzazioni. Le operazioni sono state fatte in fretta e furia, senza un'accurata valutazione del rapporto costi/benefici, al punto da rendere impossibile valutarne gli effettivi impatti in termini di riduzione del deficit e di abbattimento del debito pubblico. Con il risultato di una pesante svalutazione del patrimonio statale. È tutto scritto nelle 344 pagine ´Analisi dei risultati delle cartolarizzazioni', il corposo documento che ItaliaOggi ha potuto consultare in anteprima. Al 31 dicembre 2005 il portafoglio di beni ceduti ammontava a 129,2 miliardi di euro (84,8 se non si tiene conto dei crediti inesigibili dell'Inps) per 57,7 mld di corrispettive riscossioni (il 44% delle cessioni complessive, che diventano il 68% escludendo i citati crediti Inps). Poco più di 28 miliardi gli effetti immediati sulla riduzione del debito e 9,6 quelli sull'indebitamento netto. Questi i numeri. Ma basta leggere le considerazioni di sintesi per vedere quanto sia pesante la bocciatura assegnata della Corte dei conti all'esecutivo, in particolare ai due ministri dell'economia che hanno seguito tutte le operazioni Scip, cioè Giulio Tremonti e Domenico Siniscalco. Le operazioni di cartolarizzazione varate da viale XX Settembre sono frutto ´di decisioni di natura squisitamente politica', scrive, infatti, la Corte dei conti, ´basate più su considerazioni di necessità di breve termine e di consenso, e meno di accurati calcoli di convenienza economico-finanziaria'. Sotto accusa l'intero processo di alienazione. ´L'obiettivo delle dismissioni è tutt'altro che chiaro', si legge nel documento. Se, a livello formale, infatti, finalità delle operazioni era dismettere gli attivi (beni immobili e crediti contributivi) il cui costo di detenzione risultasse superiore ai vantaggi ricavabili dalla loro cessione, in realtà, valuta la Corte dei conti, ´unico obiettivo realmente perseguito è il rispetto degli obblighi imposti dal patto europeo di stabilità e di crescita'. Il ministero del tesoro, dunque, per non mettere le mani nelle tasche degli italiani e contenere lo sfondamento dei parametri di Maastricht, avrebbe adottato procedure per ´fare rapidamente cassa, ma non per realizzare l'obiettivo formalmente dichiarato'. Via, dunque, all'alienazione degli attivi ´che sono risultati di più agevole dismissione, piuttosto che quelli la cui detenzione risultava meno vantaggiosa della cessione'. La Corte dei conti punta il dito anche sulle modalità delle operazioni. Una ´mancata contabilità economica' e ´il mancato aggiornamento degli inventari' del patrimonio pubblico, ´unitamente alla ristrettezza dei tempi imposti per le singole operazioni' hanno fatto sì che ´la scelta dei beni da dismettere è solo parzialmente avvenuta in conformità a oggettivi criteri di razionalità e imparzialità'. Ciò si riflette anche ´nei termini di scarsa trasparenza dei costi sostenuti e dei risultati conseguiti'. Dunque, una stroncatura senza appello. Difficile anche fare una verifica della convenienza del processo, ´in larga parte frustrata dall'incompletezza e dall'inadeguatezza degli elementi informativi resi disponibili dalle amministrazioni controllate'. Una carenza di dati pur sollecitata dalla Corte dei conti e che ha impedito, afferma il documento, ´di fugare i molti dubbi e i molti equivoci che hanno accompagnato le operazioni'. Sono rimasti aperti, così, rilevanti problemi di natura contabile e le cessioni ´hanno avuto luogo solo in parte secondo criteri di competitività'. Il forte divario riscontrato tra i portafogli cartolarizzati e i corrispettivi è imputato, inoltre, ´all'ampio ricorso alla pratica della sovracollateralizzazione', ovvero l'uso eccessivo di garanzie collaterali. E tutto questo per l'Inps, che vanta 44,6 miliardi di vecchi crediti (per buona parte inesigibili), ha il sapore di una beffa. ´Nonostante le cartolarizzazione il portafoglio dei crediti non si è ridotto', sostiene la Corte dei conti, ´ma è ulteriormente aumentato'.

Luca Saitta, ItaliaOggi - 15/2/2006

 
Buttiglione fermi la cartolarizzazione degli enti
21 gennaio 2006

"L' associazione guidata da Carlo Ripa Di Meana fa appello al ministro Rocco Buttiglione «per scongiurare la vendita di immobili di fortissimo carattere identitario», come il Poligrafico di Piazza Verdi, la Zecca e l'Ufficio geologico nazionale di Largo Susanna. La decisione della vendita è comparsa nella Gazzetta Ufficiale del 5 gennaio e con la quale sì autorizza la vendita in blocco a trattativa privata alla Fintecna 28 complessi immobiliari."

Unità 21/1/2006

Giù il debito vendendo immobili.
8 gennaio 2006

"La strategia anti-debito del governo punta sugli immobili: nel 2006 si cercherà di ridurre il rapporto debito/pil continuando le cartolarizzazioni e le dismissioni del patrimonio immobiliare, ma anche attuando nuove strategie come la permuta di immobili con gli enti locali e la revisione degli affitti. Il sottosegretario all'Economia, Maria Teresa Armosino, spiega all’AdnKronos che via XX Settembre sta valutando se mettere in campo gli interventi già prima delle elezioni o «aspettare» il risultato del 9 aprile. «Le misure - secondo Armosino - sono ancora allo studio. Ci sono varie ipotesi di intervento e quindi ci sono delle scelte da fare. Una delle quali è il tempo». Una cosa è certa: «parte del patrimonio da dismettere è della Difesa i cui immobili sono certamente da valorizzre e rivendere. Parte, invece, è del Demanio ed è occupata da amministrazioni dello Stato». Armosino sottolinea poi che «i principi ispiratori verso cui il Tesoro pensa di muoversi» sono alienazioni di immobili; nuova politica degli affitti nei confronti degli enti locali che non pagano l'affitto o sono favoriti da canoni molto bassi, a dispetto di spazi a disposizione più ampi del necessario; permuta di immobili con gli enti locali. Quanto ai probabili incassi Armosino osserva che «non sono ancora stati quantificati». «Avremo idee più chiare alla fine della prossima settimana. Con Fip - ricorda il sottosegretario - ci siamo riservati di dismettere il 20% degli immobili occupati sulla base di uno studio secondo il quale risulta che la Pubblica amministrazione ha come minimo il 30% di superifici superiore a quelle necessarie con tutte le ripercussioni in termini di più elevati costi dell'affitto, del riscaladamento, dell'illuminazuione e tutto il resto».

Domenica 8 Gennaio 2006 Il Messaggero

Cartolarizzazioni Inps decisive
7 gennaio 2006

"L'incasso dalla dismissione o alienazione di immobili del patrimonio immobiliare dello Stato è stato conferito al fondo di ammortamento del debito pubblico (art.1 comma 5 Legge Finanziaria 2006). Il fondo di ammortamento finora è servito ad abbattere il debito attraverso operazioni di rimborso alla scadenza o riacquisto prima della scadenza di titoli di Stato utilizzando i soli proventi delle privatizzazioni Potenziamento dell'attività dell'Agenzia del Demanio nel contesto delle operazioni di valorizzazione, razionalizzazione e alienazione del patrimonio immobiliare pubblico (art. 479 Legge Finanziaria 2006). Le permute spiccano tra gli strumenti di punta del futuro per velocizzare la vendita del patrimonio immobiliare alienabile degli enti locali Alienazione degli immobili militari (art. 482 Legge Finanziaria 2006) Estensione di tre anni (dal 31 dicembre 2005 al 31 dicembre 2008) del periodo durante il quale è possibile cartolarizzare i crediti insoluti dell'Inps (art.42-quinquies della Legge 2 dicembre 2005 n.248) fatta eccezione dei crediti contributivi agricoli (art.42-sexies) Superholding taglia-debito (un progetto per la realizzazione di una o più holding poste al di fuori del perimetro della pubblica amministrazione e dedicate alla cartolarizzazione di crediti finanziari dello Stato, alienazione di immobili pubblici o privatizzazione di partecipazioni azionarie possedute dallo Stato sarà messo a punto dal ministero dell'Economia entro il prossimo aprile)

Isabella Bufacchi 07-01-2006 IL SOLE 24 ORE

Patrimonio uno al via
31 dicembre 2005

"Operazione fondo immobiliare pubblico al via. Con tre distinti decreti ministeriali è infatti stata disciplinata nei minimi dettagli l'operazione volta a conferire a un fondo comune di investimento una parte degli immobili a uso non residenziale di proprietà dello stato e di altri enti pubblici non territoriali. Il sistema messo a punto dal governo prevede che gli immobili pubblici trasferiti al cosiddetto Fondo immobiliare patrimonio uno siano assegnati da quest'ultimo in locazione all'Agenzia del demanio, che, a propria volta, provvederà a assegnarli in uso ai soggetti pubblici che li utilizzavano prima del trasferimento. Il fondo, a sua volta, emetterà una serie di quote in favore del ministero dell'economia a fronte del pagamento del corrispettivo dovuto per il trasferimento degli immobili. Questo il contenuto di tre diversi decreti adottati lo scorso 23 dicembre rispettivamente dal ministero dell'economia e delle finanze (decreto operazione), da quest'ultimo di concerto con il ministero per i beni culturali (decreto di apporto) e da questi di concerto con il ministero del lavoro (decreto di trasferimento). I provvedimenti sono stati pubblicati sulla G. U. n. 302 del 29 dicembre. Il Fondo immobiliare patrimonio uno Il ministero dell'economia ha deciso di conferire gli immobili pubblici non residenziali al Fondo immobiliare patrimonio uno, gestito dalla Bnl fondi immobiliari sgr. Con i decreti del 23 dicembre scorso sono stati individuati gli immobili da conferire al Fondo e con la pubblicazione in G.U. dei decreti in questione, gli immobili pubblici individuati si intendono immediatamente trasferiti al Fondo, che ne assumerà la formale detenzione giuridica e il possesso materiale a partire dalla regolamentazione del collocamento delle quote che il Fondo stesso è tenuto a emettere nei confronti del ministero dell'economia a fronte del pagamento del corrispettivo derivante dal trasferimento degli immobili, sulla base del valore degli stessi. Il ruolo dell'Agenzia del demanio L'Agenzia del demanio è chiamata a stipulare appositi contratti di locazione con il Fondo patrimonio uno e a pagare il relativo canone. L'Agenzia è poi tenuta a concedere in uso ciascun immobile al soggetto pubblico che lo gestiva prima del trasferimento, sulla base dei canoni e delle condizioni indicate nei decreti. La durata dei contratti di locazione stipulati tra il Fondo e l'Agenzia è di nove anni, rinnovabili per un pari periodo di tempo, salvo disdetta. Gli immobili devono quindi essere utilizzati dagli enti pubblici conformemente all'uso al quale erano destinati in precedenza, con particolare riferimento alle materie igienica, sanitaria, di sicurezza, edilizia e urbanistica. Qualsiasi mutamento d'uso dovrà essere preventivamente autorizzato dal Fondo. La durata dell'assegnazione in uso è pari a quella prevista dal contratto di locazione tra l'Agenzia e il Fondo, ma gli enti pubblici assegnatari potranno recedere anticipatamente. Le regioni e gli altri enti pubblici territoriali sul cui territorio si trovano gli immobili conferiti al Fondo potranno deliberare l'acquisto di uno o più di essi per destinarli alle proprie finalità istituzionali" Gianfranco Di Rago

ItaliaOggi - Edilizia e Territorio 31/12/2005

Immobili stato: Demanio, cessioni per 1 mld
30 dicembre 2005

"Due operazioni per la cessione di immobili per un valore complessivo di circa 1 miliardo di euro sono state realizzate ieri attraverso l'Agenzia del demanio. È quanto conferma la stessa agenzia spiegando che con la prima operazione prevede la cessione di 22 immobili a Fintecna. Trovano così collocazione sul mercato gli immobili di Roma, Milano, Torino, Macerata, Asti e altri comuni, ´le cui amministrazioni hanno collaborato con l'Agenzia del demanio consentendo nuove funzioni urbane, di grande impatto sul territorio, per immobili sottoutilizzati o già dismessi dallo stato'. In particolare, vengono venduti a Fintecna immobili come:

La Zecca di piazza Verdi e l'Istituto geologico a Roma

Il palazzo Principe Amedeo di Milano

Il palazzo del Lavoro di Torino e quello ex Poste di Trieste

L'atto Demanio-Fintenca ha previsto anche l'alienazione di alcune aree già edificabili e in posizioni strategiche localizzate in vari comuni tra cui Roma, Milano, Asti, Macerata ecc. La seconda operazione riguarda il varo di un nuovo fondo immobiliare, derivato dal cosiddetto Fondo patrimonio 1, con caratteristiche simili al Fondo immobili pubblici, di cui conduttore unico degli immobili utilizzati da soggetti pubblici sarà, ancora una volta, l'Agenzia del demanio.

ItaliaOggi - Edilizia e Territorio 30/12/2005

Demanio chiude due nuove vendite per un miliardo
30 dicembre 2005

"Lo Stato ha definito ieri due operazioni di vendita di immobili, una diretta, l'altra tramite un fondo, per un importo complessivo che sfiora un miliardo — a riduzione del deficit/pil — con protagonisti agenzia del Demanio, Fintecna e i tecnici del ministero dell'Economia. La prima operazione ha riguardato la vendita a trattativa privata a Fintecna (posseduta al 100% dal Tesoro ma posta fuori dal perimetro della pubblica amministrazione) di un pacchetto di 22 immobili e alcuni terreni edifìcabilì per poco meno di 400 milioni. «Gli immobili oggetto dì questa dismissione sono stati immessi sul mercato e venduti a prezzi di mercato dopo essere stati valorizzali», ha precisato ieri Elisabetta Spitz, direttore dell'agenzia del Demanio. «Sono tutti alienabili, con il parere dei Beni culturali, e hanno tutti una destinazione d'uso privatistica», ha aggiunto. Questo stesso metodo, prima la valorizzazione poi l’alienazione, verrà utilizzalo dal Demanio in futuro per portare avanti il massiccio programma di dismissione e razionalizzazione del patrimonio immobiliare pubblico. Sempre ieri è stato vaiato un nuovo fondo immobiliare pubblico, che dovrebbe chiamarsi Patrimonio Uno perché imbastito da Pspa — ma realizzato nei dettagli dai tecnici del Tesoro e del Demanio che sono riusciti così a ridurre le commissioni - con caratteristiche simili al Fip: anche in questo caso il conduttore unico degli immobili utilizzati sarà l’agenzia del Demanio. Tre atti fondamentali per il via libera a questo fondo sono stati già sottoscritti: il decreto operazione, il decreto apporto e il decreto trasferimento. Il lancio del fondo entro fine anno fa entrare nelle casse dello Stato 570 milioni di euro: la cifra è stata anticipata ieri dalle banche ai ranger (Bnl, Banca Intesa e Morgan Stanley) che hanno finanziato la parte debito e sottoscritto a fermo le quote-equity. Il fondo è composto per il 60% da immobili con sak&rent back (come il Fip) e per il rimanente 40% da immobili commerciali, Parte dell'incasso, 50 milioni di euro, spetterà a Coni servizi che ha contribuito con i suoi immobili. I.B. demanio." "A Fintecna un pacchetto di 22 edifici - Lanciato «PatrimonioUno»"

Isabella Buffacchi 30/12/2005, Il Sole 24 Ore

Ceduti 23 immobili a Fintecna per 400 milioni .
29 dicembre 2005

"Per i conti pubblici 2005 sono giunte ieri due buone notizie in chiusura d'anno: il rimborso anticipato di titoli di Stato per 3 miliardi di euro circa, impiegando il Conto disponibilità per ridurre il debito/Pil, e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale dei decreti che autorizzano due operazioni di cessione di immobili pubblici per quasi un miliardo, al fine di migliorare il deficit/Pil, sostituendo la mancata vendita di 240 caserme della Difesa prevista nella Finanziaria di quest'anno che avrebbe dovuto fruttare fino a 1,3 miliardi (vedere il Sole-24 Ore di ieri). Tenuto conto che l'ultimo giorno del 2005 utile allo Stato per incassare è un pre-festivo (venerdì 30 dicembre) e che la prudenza ha consigliato di evitare il sovraffollamento di fine anno nel sistema dei pagamenti Target, la giornata di ieri è trascorsa con il tradizionale via-vai dei tecnici di Via XX Settembre per mettere a punto gli ultimi complessi dettagli delle operazioni in chiusura registrate dai tipografi della Gazzetta ufficiale. Inevitabile qualche coda: le firme di alcuni contratti di cessione degli immobili tra Fintecna e Agenzia del demanio è prevista questa mattina. Cala lo stock del debito. Per centrare l'obiettivo del debito/Pil, che quest'anno dovrebbe salire al 108,2% contro il 106,6% del 2004, il Tesoro ha messo a segno in chiusura d'anno una serie di operazioni di riduzione dello stock del debito. L'ultima, per l'appunto, è la catena di buy-back chiusi il 22, 23, 27 e 28 dicembre per complessivi 2,958 miliardi di euro e resa nota ieri. Per questo riacquisto, via XX Settembre ha dovuto attingere alle eccedenze del Conto di disponibilità, una prassi tra l'altro consolidata, anche perché il fondo di ammortamento per la riduzione dei titoli di Stato è stato pressoché prosciugato lo scorso 15 dicembre per un maxi-rimborso a scadenza di BTp per 4,773 miliardi.

Tra le operazioni che hanno contribuito a ridurre lo stock del debito pubblico a dicembre va ricordata la cartolarizzazione Inps6 da cinque miliardi di euro. Il Tesoro, inoltre, ha fatto sapere in ottobre di aver utilizzato il fondo di ammortamento per tre miliardi di euro, mentre in novembre l'uso delle eccedenze del Conto di disponibilità ha consentito il riacquisto di titoli di Stato per 726 milioni. Le ultime tantum salva-deficit. Il 2005 è l'ultimo anno per l'Italia contrassegnato con il disco verde dell'Ue che consente il ricorso alle una tantum per ridurre il deficit/Pil: il Governo italiano, infatti, si è impegnato con Bruxelles a tagliare le misure straordinarie sul deficit del 30% l'anno nel triennio 2003-2005. E di non farne più a partire dal 2006. La cessione di immobili pubblici ha dunque potuto tener banco in questa chiusura d'anno per l'ultima volta con obiettivo deficit. Così ieri Mef, Agenzia del demanio, Fintecna e le banche Bnl, Banca Intesa e Morgan Stanley arranger del fondo PatrimonioUno hanno finalizzato gli ultimi dettagli di due operazioni di dismissioni di proprietà immobili pubbliche per un totale che non arriva ai mille milioni di euro. Fintecna acquisterà 23 immobili dall'Agenzia del demanio per una cifra che dovrebbe aggirarsi attorno ai 400 milioni di euro (vedere il Sole 24 Ore del 21 dicembre). E gli arranger del fondo sottoscriveranno a fermo e con sconto le quote di PatrimonioUno, finanziando con un prestito la rimanente parte di debito e staccando un assegno per lo Stato per meno di 800 milioni di euro. Questo incasso per lo Stato con vendite di immobili non deve essere frainteso con una vera e propria correzione dei conti pubblici, né tantomeno con una "manovrina extra": piuttosto il Mef ha dovuto sostituire, sia pur con un certo affanno, la mancata realizzazione della vendita di 240 caserme della Difesa inclusa nella Finanziaria 2005, per la quale era previsto il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti. La Cdp, in realtà, è pronta da tempo: ha istituito lo scorso maggio la Dgsps (Direzione gestione e supporto politiche di sviluppo) con il compito di realizzare le iniziative di finanziamento a sostegno delle politiche di sviluppo demandate alla Cassa dal legislatore. Questa nuova direzione gestisce anche i fondi per la dismissione immobili della Difesa: si occuperà della concessione di anticipazioni finanziarie pari al valore degli immobili in uso alla Difesa da dismettere per mezzo del Demanio per un importo tra 954 e 1.357 milioni così come stabilito dalla Finanziaria 2005. La vendita delle 240 caserme relativamente a questa cessione non è stata fatta perché gli immobili non sono stati "valorizzati" per tempo: secondo fonti bene informate, molte caserme in vendita si sono rivelate addirittura non accatastate. Dunque invendibili. Il 2005 si chiude senza il lancio della terza cartolarizzazione su cessione di immobili, Scip3, programmata dal Tesoro per velocizzare la vendita delle unità residenziali della Difesa agli inquilini. Resta da vedere se questa securitization riuscirà a vedere la luce l'anno prossimo. Nel 2006 l'attività di alienazione, razionalizzazione e valorizzazione immobiliare dello Stato non si arresterà comunque perché l'ultima Finanziaria ha stabilito che gli incassi provenienti dalla cessione di immobili pubblici confluiranno nel fondo di ammortamento per i titoli di Stato per ridurre il debito/Pil."

Isabella Bufacchi Il Sole 24 Ore 29-12-2005 IL SOLE 24 ORE

Vendite immobiliari per fermare il disavanzo 2005
29 dicembre 2005

"L'operazione riguarderà anche l’invenduto delle Scip e sedi non strumentali di alcuni ministeri Fintecna e il nuovo fondo Patrimonio 1 verseranno un miliardo al Tesoro Scatta l’ultima manovrina del 2005. Ieri il consiglio d’amministrazione di Fintecna ha approvato l’acquisizione di uno stock di immobili individuati dal Demanio che porteranno sui bilanci pubblici un attivo di 400 milioni. Contemporaneamente è in partenza il fondo immobiliare «Patrimonio 1» (varato con la finanziaria 2005) che acquisterà altri beni per un valore di circa 600 milioni. Complessivamente, quindi, si metterà in cassa un miliardo di euro per consentire all’Italia di centrare il target di deficit concordato con l’Europa: il 4,3%. Quel miliardo non è altro che la cifra che Giulio Tremonti decise di lasciare nel tendenziale 2006 dei 6 miliardi di cessioni immobiliari «nascoste» e rilevate dalla Commissione europea. Gli altri 5 miliardi sono stati reperiti attraverso una nuova manovra inserita poi nel decreto collegato e nella finanziaria 2006. Il fatto è che, almeno per il caso di Fintecna, si ripronone la solita partita di giro (già utilizzata altre due volte) dello Stato che vende a se stesso. È un’operazione contabile che lascia pesanti incognite sul livello effettivo del deficit. I 22 immobili che saranno ceduti alla società pubblica fanno parte dell’invenduto delle altre operazioni immobiliari avviate in questi anni proprio da Tremonti. In altre parole, delle ormai famose Scip 2 e 3 che ancora si ritrovano a metà del guado. Si tratta di immobili tutti alienabiuli, quindi, con destinazione privatistica. Fintecna aveva già acquisito con il decreto di Natale del 2002 le strutture delle manifatture Tabacchi, le torri dell’Eur ed altre strutture per un valore pari a 500 milioni. Sempre la società controllata al 100% dal Tesoro (ma collocata fuori dalla pubblica amministrazione grazie alla sua attività completamente market) acquisì un altro gruppo di edifici un anno più tardi per un valore di 300 milioni. Con l’operazione di questi giorni (tutti i passaggi dovranno concludersi entro il 31 dicembre) si arriva quindi a un miliardo e 200 milioni passati di mano da Fintecna allo Stato. Quanto a Patrimonio 1, il fondo sarà collocato esclusivamente presso investitori istituzionali. Nel fondo confluiranno immobili vanduti dallo Stato per poi essere riaffittati, seguendo il modello già utilizzato per molti uffici e sedi strumentali di alcuni enti previdenziali. In quest’ultimo caso vengono ceduti a patrimonio 1 immobili dei ministeri dell’Interno e dell’Economia, dell’Agenzia delle Entrate. Circa il 40% del portafoglio del fondo, però, sarà costituita da edifici ad uso non strumentale: unità commerciali degli enti previdenziali (sempre Inps, Inail e Inpdap) e Coni servizi. Il valore complessivo dovrebbe arrivare a 800 milioni di euro, per un valore netto di 600milioni. Ancora nulla di fatto, invece, per la cessione delle caserme prevista dalla finanziaria 2005 che cvrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato 1,3 miliardi di euro. L’operazione è stata rinviata tutta al 2006. La Finanziaria Tremonti prevedeva in origine cessioni immobiliari per 3 miliardi da destinare all’agenda di Lisbona. Dopo un confronto con l’Ue, però, si è deciso di destinare tutti gli incassi da immobili alla riduzione del debito pubblico. "

Bianca Di Giovanni / Roma 29/12/2005, L'Unità

Sarà taglia-debito la cessione di immobili
13 dicembre 2005

"A partire dall'anno prossimo, i proventi derivanti dalla dismissione o alienazione del patrimonio immobiliare dello Stato saranno destinati alla riduzione del debito pubblico. La norma, contenuta nel maxi-emendamento in via di approvazione per la Finanziaria 2006, è un vero e proprio spartiacque per la gestione dei conti pubblici in quanto le regole contabili adottate a livello comunitario, e riconosciute da Eurostat, considerano la cessione di immobili come mezzo per contenere il deficit. All'alienazione del patrimonio immobiliare pubblico, il maxi-emendamento riserva in effetti ampi spazi: anche se alcune delle principali misure contenute nel provvedimento, riguardanti la dismissione degli immobili del ministero della Difesa e la vendita delle case popolari ex-Iacp (quest'ultima salvo ripensamenti notturni della maggioranza) non dovrebbero ridurre il debito pubblico, ma piuttosto rimpinguare le casse della Difesa e degli enti territoriali. Immobili e debito. L'Italia ha promesso ai suoi partner europei che dall'anno prossimo non utilizzerà più misure una tantum e operazioni straordinarie per ridurre il deficit/Pil. Anche per questo motivo, oltre al fatto che il rapporto debito/Pil ha ripreso a salire quest'anno e minaccia di farlo anche l'anno prossimo, l'incasso proveniente dalla dismissione degli immobili dal 2006 verrà incanalato nel fondo di ammortamento per riacquistare prima della scadenza o rimborsare a scadenza i titoli di Stato per diminuire lo stock del debito. L'articolo 395 favorisce poi la dismissione di immobili non adibiti a uso abitativo attribuiti in forza di legge a enti privati o fondazioni, se non più utili alle esigenze istituzionali. Il patrimonio della Difesa. Il maxi-emendamento dedica un capitolo piuttosto corposo alle procedure di dismissione degli immobili della Difesa. Il testo fa riferimento in maniera generica ai "beni" di questo ministero ma, secondo fonti bene informate, non riguarderebbe le unità residenziali, le case da mettere in vendita agli inquilini. La partita degli alloggi della Difesa resta aperta: la terza cartolarizzazione Scip3 con la vendita delle case, in stallo da almeno due anni, potrebbe concretizzarsi nel 2006 e questa volta con l'obiettivo di ridurre il debito. Il maxi-emendamento si occupa di altro: una sorta di project-financing voluto dalla Difesa, per reperire nuovi alloggi con i proventi della gestione immobiliare. L'articolo 482, al punto a), stabilisce per l'appunto che per le alienazioni, le permute, le valorizzazioni e gestioni dei beni la Difesa può avvalersi del supporto tecnico-operativo di società. Altri beni contenuti nella norma dovrebbero riguardare il lotto caserme: resta da chiarire se si tratta delle vecchie caserme, in vendita già quest'anno ma a tutt'oggi al palo. O nuove caserme, con l'ok dei Beni culturali. L'incasso da queste dismissioni servirà alla Difesa, per finanziare servizi e investimenti fissi lordi e integrare i trasferimenti dello Stato. Case popolari in vendita. Il progetto avanzato dal consigliere economico di Palazzo Chigi Renato Brunetta, che accelera la vendita agli inquilini a prezzi molto bassi (ma in proporzione al canone e non più al valore catastale) delle case popolari ex-Iacp, è entrato e uscito dal maxi-emendamento nel corso della giornata di ieri: in serata risultava come essere stato adottato definitivamente. L'articolo 450 stabilisce che i proventi di queste alienazioni, tramite nuovo iter semplificato, siano destinati alla realizzazione di alloggi, al contenimento degli oneri dei mutui per la prima casa di giovani coppie, a promuovere il recupero sociale dei quartieri degradati e per il sostegno di famiglie in stato di bisogno.

ISABELLA BUFACCHI 14/12/2005 IL SOLE 24 ORE

Lo Stato cede Rocca ed ex carcere militare
9 dicembre 2005

"Peschiera. Ben 28mila metri quadrati di area coperta e 50mila a verde: sono i due complessi delle caserme XXX Maggio (ex carcere militare) e della Rocca, situate nel centro storico ed entrate nell’elenco dei beni messi in vendita dal Demanio. A questi spazi, si aggiungono gli oltre cinquemila metri quadrati di coperto e i circa 110mila di verde di pertinenza di Forte Ardietti, che si presenta ancora oggi così come era stato pensato nella metà dell’800 e che è ugualmente finito nella lista delle dismissioni. «Sempre in centro storico c’è tutta la zona di Borgo Secolo: parlare, dunque, di Peschiera in vendita non è un riferimento solo alla qualità del patrimonio storico architettonico che si vuole alienare, ma anche al suo valore quantitativo», commenta Oscar Cofani, architetto che con il suo collega Lino Vittorio Bozzetto ha tenuto una conferenza intitolata appunto «Peschiera in vendita». Vendita nonostante dal 2001 tutto il centro storico, anzi l’intera piazzaforte, sia protetta da decreto di vincolo monumentale, ripreso due anni più tardi, nel 2003, dalla Soprintendenza regionale in occasione del tentativo di dismissione della Palazzina storica. La conferenza degli architetti Cofani e Bozzetto è stata ospitata nella Sala Paolo VI della parrocchia di San Martino perché, hanno detto i relatori, «il Comune non ha concesso altri spazi». Non c’era alcun esponente dell’amministrazione; unico presente, tra i consiglieri comunali, Bruno Dalla Pellegrina. I due tecnici, animatori del centro di documentazione storica sulla fortezza di Peschiera, hanno descritto il patrimonio urbanistico arilicense oggetto della vendita e hanno presentato interrogativi sulle procedure con cui lo Stato persegue la sua politica di vendita. «L’area occupata dalle caserme, in tutto 28mila metri quadrati, è praticamente uguale a quella dell’intero nucleo centrale del paese, 30mila. Innegabile il valore storico dei due compendi, che interessano direttamente i bastioni della fortezza. In particolare la Rocca Scaligera», ha ricordato Cofani, «che ha ospitato anche Dante Alighieri e contiene i resti di una torre di presumibile epoca romana così come altre strutture di assoluto pregio: basti pensare alla ghiacciaia a forma di uovo di 6, 7 metri di diametro». Bozzetto ha sottolineato alcuni passaggi procedurali per arrivare a vendere beni anche quando, come nel caso di Peschiera, sono vincolati. «Le stranezze», ha detto Bozzetto, «sono molte, tecniche e di scelta. La motivazione per cui si decide di vendere certe strutture è, infatti, “renderle produttive”. Secondo alcune statistiche, le autostrade pagano con gli incassi di due giorni i canoni di affitto dell’intero anno. Nonostante questo, nessuno lamenta la loro scarsa produttività, come avviene invece con i beni del Demanio», ha evidenziato Bozzetto. «E poi vi sono le procedure, attuate per rendere difficile la verifica dei vincoli, quindi dell’inalienabilità, da parte delle Soprintendenze. Queste istituzioni si ritrovano con tempi sempre più stretti per poter rispondere e un’ormai cronica, e direi anche voluta, carenza di personale che non può che facilitare l’attuazione di quel silenzio-assenso che si traduce in una via libera alle vendite». Il quadro è «reso ancora più confuso da norme pubblicate all’interno di decreti che hanno oggetti diversi: l’articolo 3 di un decreto legge dell’ottobre 2005 sugli aeroporti», ha detto Bozzetto, «contiene informazioni sulla dismissione di beni immobili: in 30 righe vi sono 18 rinvii ad altre leggi che, a loro volta, rimandano ad altre norme. Un modo per toccare l’operatività dei controlli da attuare per i pareri sulle inalienabilità». «Sorprende», ha proseguito Bozzetto, «che tutte queste manovre siano condotte con atti di imperio dai ministeri senza che siano presi in considerazione i Comuni in quanto rappresentanti della comunità. Il nostro augurio», ha concluso Bozzetto, «è che la nostra amministrazione sappia cogliere questo momento nel migliore dei modi». Ha aggiunto Cofani: «Proviamo a pensare insieme a cosa si potrebbe fare perché è chiaro a tutti che le leggi non aiutano le piccole realtà locali. I Comuni non hanno fondi per acquisire o gestire da soli i beni. In mancanza di risorse provenienti anche dall’estero, basti pensare al finanziamento europeo per il recupero della Cacciatori, si rende indispensabile la partecipazione di capitali privati. Ma anche in questo caso, l’ente pubblico dovrebbe mantenere un ruolo preminente: di controllo e di diritto di vigilanza sulla struttura e la sua futura destinazione, e di coordinamento tra i vari attori degli interventi. Pensiamo che Peschiera meriti questo tentativo, e che l’amministrazione comunale possa sentirsi appoggiata dalla cittadinanza nel caso decida di intraprendere questo tipo di percorso».

Giuditta Bolognesi Venerdì 9 Dicembre 2005 ARENA

Patrimonio Uno sotto tiro
7 dicembre 2005

"I presidenti di Inps, Inail e Inpdap contro il fondo allo studio dell'Economia. Nuova alzata di scudi di Inps, Inail e Inpdap contro l'ultimo ritrovato, da parte del Tesoro, per la la politica di dismissioni degli immobili pubblici.

I presidenti dei tre enti previdenziali, rispettivamente Marco Staderini, Vincenzo Mungari e Gian Paolo Sassi, hanno inviato nei giorni scorsi una lettera al direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli per "notificare" il proprio «rispettoso e fermo dissenso al dichiarato proposito di costituire un fondo, denominato Patrimonio Uno, per ulteriori trasferimenti coattivi di immobili a uso non residenziale». Dopo quelli già realizzati lo scorso anno «che suscitarono forti e diffuse reazioni» da parte dei vertici, del personale e dei sindacati, confederali e di base. I toni della missiva sono tanto rispettosi quanto minacciosi. I presidenti dei tre enti ricordano come i Consigli di amministrazione abbiano deciso di astenersi dall'intraprendere iniziative giudiziarie in seguito alle accese proteste suscitate dalle «cessioni coattive al Fip». «Ci permettiamo consigliare l'astensione da provvedimenti che avrebbero per effetto di ricreare nei tre enti una situazione di estrema tensione — ammonisce la lettera — che rischierebbe di portare a una paralisi prolungata l'attività degli enti medesimi" II fondo Patrimonio Uno, il primo strumento immobiliare a firma di Patrimonio dello Stato spa, finisce cosi nuovamente al centro delle polemiche. Il suo lancio, inizialmente previsto per il 2004, è stato rinviato al 2005 ma non è ancora chiaro se le sue quote verranno vendute agli investitori (istituzionali di sicuro, privati forse) entro fine anno. La gestazione di Patrimonio Uno è stata finora sofferta, puntellata, da molti "se" e tanti "ma". Anche se va detto che, nel caso in cui il ministero dell' Economia dovesse aver bisogno di 800 milioni di euro extra per far quadrare i conti entro la fine dell'anno, il fondo vedrà la luce alla svelta. Per Patrimonio Uno, la strada finora è stata comunque tutta in salita. Pspa e Tesoro hanno incontrato non poche difficoltà nel formare un portafoglio omogeneo e di grandezza adeguata di immobili pubblici da dismettere- nella lista dei "venditori", oltre agli enti previdenziali, si è parlato di agenzia del Demanio, Fmtecna, Fs, Coni servizi e agenzia delle Entrate. E la partecipazione di Inps, Inail e Inpdap, come dimostra la lettera, non deve essere data per scontata. Anche sulle modalità di collocamento delle quote di questo fondo, il percorso non è stato affatto lineare; in un primo momento Patrimonio Uno avrebbe dovuto presentarsi come uno strumento d'investimento per gli investitori istituzionali e per i privati, riservando una quota delle vendite al dettaglio. Questa struttura sarebbe stata in un secondo momento bocciata dal ministero del Tesoro, quando Domenico Siniscalco sedeva ancora sulla poltrona di ministro. Dunque, le sorti di Patrimonio UDO sono a tutt'oggi incerte: secondo fonti bene informate, il fondo è pronto per decollare in qualsiasi momento. Ma restano le incognite: quale sarà il ruolo degli enti previdenziali che minacciano di dar battaglia? Fino a che punto il Tesoro ha bisogno di questi 800 milioni di euro entro il 31 dicembre 2005"

BUFACCHI ISABELLA SOLE 24 ORE 07/12/2005

Superholding contro il debito
2 dicembre 2005

Una superholding posta al di fuori dal perimetro della pubblica amministrazione, da 400 o addirittura 500 miliardi di euro, contenente immobili, crediti, concessioni e partecipazioni azionarie dell'amministrazione centrale e non solo, che possa collocare le sue azioni al grande pubblico e che sia in grado di emettere titoli di debito per far cassa. Un'operazione che, per la sua portata storica, potrà però essere costruita solamente contando su un ampio consenso politico e solidi accordi bipartisan, sul sostegno trasversale del Parlamento e, non da ultimo, sul coinvolgimento obbligatorio dei 100-200 miliardi di euro di patrimonio mobiliare e immobiliare degli enti locali. È questo il mix di concertazione politica e ingegneria finanziaria che dovrebbe consentire all'Italia di ridurre il debito/Pil del 25-30%, riportare questo rapporto (nel 2004 al 106,6% e quest'anno prevedibilmente al 108,2%) attorno a quota 70-80% e risolvere con una sforbiciata epocale il problema numero uno della finanza pubblica, liberando risorse per il rilancio della crescita economica. Su questi duplici obiettivi, di scelte politiche e tecnicalità finanziarie, convergono oramai gli ultimi orientamenti della task force del ministero dell'Economia, coadiuvata da un nugolo di investment bank italiane ed estere, che proprio in questi giorni è alle prese con l'elaborazione del piano di fattibilità per la creazione di una maxi-Spa taglia-debito fuori della pubblica amministrazione. L'ipotesi valutata inizialmente dal Mef (ministero del'Economia e delle finanze) di una Superholding da 150-200 miliardi di euro, concentrata sul trasferimento di asset posseduti unicamente dell'amministrazione centrale, sarebbe stata surclassata da un progetto più ambizioso che punterebbe a dimensioni ben più elevate: una spa tra i 300 e i 500 miliardi di euro. Il raddoppio della portata dell'operazione permette infatti di intervenire sul debito/Pil in maniera decisiva e risolutiva. I tempi però stringono. Entro la fine dell'anno il ministro dell'Economia Giulio Tremonti sarà chiamato a scegliere quale strada imboccare: perseguire il percorso dei piccoli passi, della micro-riduzione del debito/Pil con privatizzazioni da 10-15 miliardi di euro l'anno e un ritorno a un buon avanzo primario (sia pur in un contesto di bassa crescita) oppure dare un taglio netto al problema con una superholding ispirata alla provocatoria proposta avanzata dal professor Giuseppe Guarino sulle pagine di questo giornale (si veda «II Sole-24 Ore» del 24 maggio 2005). I tempi sono stretti perché il debito/Pil rischia di salire nel 2006, per il secondo anno consecutivo, se le buie previsioni dell'Ocse dovessero concretizzarsi. Un segnale pericoloso per i mercati e le agenzie di rating che finora hanno concesso all'Italia il benefìcio del dubbio di un debito/Pil che lieviterà solo quest'anno per poi riprendere la tendenza virtuosa del ribasso già dall'anno prossimo. Una soluzione per arrestare l'ascesa del debito/Pil, caldeggiata dalle banche d'investimento più conservatrici, punta in realtà sulla mera dismissione delle rimanenti quote azionarie di Eni ed Enel in mano al Tesoro. Dopo la chiusura del ciclo di queste due privatizzazioni, la superholding senza le due galline dalle uova d'oro però non avrebbe più senso. Ecco perché Tremonti è incalzato dai giorni che passano in un contesto di campagna elettorale. Prima di gettare la spugna sul progetto della super-spa, il Mef intende dnnque vederci chiaro fino in fondo. Intende valutare nelle prossime due-tre settimane se una superholding da 400 miliardi di euro è veramente fattibile. Gli asset, stando alle proiezioni delle investment bank interessate al progetto, non mancano e il loro valore inespresso è molto elevato: anche se, per far quadrare il cerchio, bisognerà trovare il modo di coinvolgere il ricco patrimonio degli enti locali. Gli asset allo studio sono stati al momento suddivisi in varie categorie: i crediti (fiscali e non); le partecipazioni azionarie (di società quotate e non, escluse forse le Fs dalle quali è diffìcile estrarre valore); gli immobili (per ora risultano esclusi i beni culturali storico-artistici anche se i 2,2 milioni di "pezzi" immagazzinati possono valere svariate decine di miliardi di euro); le concessioni. Su un patrimonio dello Stato da oltre 1.700 miliardi di euro non è poi difficile individuare una fetta di attivo da 300-500 miliardi. Neppure la struttura della superholding preoccupa gli addetti ai lavori: quotata o non quotata in Borsa, con o senza rating. E non impensieriscono più di tanto Bruxelles oppure Eurostat. Il nodo della questione appare al momento semmai un altro: il consenso politico, gli accordi bipartisan, il sostegno trasversale del Parlamento. Una superholding taglia-debito non si può creare dall'oggi al domani con un decretino-legge o a colpi di fiducia: servirà un anno di lavoro per allestire il progetto e occorreranno leggi su leggi, un impianto legislativo varato a quattro mani."

BUFACCHI ISABELLA: SOLE 24 ORE ECONOMIA E POL. INTERNA , 02 dic 2005

Il patrimonio dello Stato per ridurre il debito
1 dicembre 2005

"Toma a salire il debito pubblico e torna d'attualità l'idea di abbatterlo utilizzando il patrimonio dello Stato. La suggestione è stata rilanciata nei giorni scorsi dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Si tratterebbe di creare una superholding, fuori dal perimetro della pubblica amministrazione, alla quale conferire un po' di tutto -immobìli e foreste, spiagge e caserme, i crediti, le partecipazioni societarie - attingendo sia al patrimonio dello Stato centrale sia a quello dei governi locali collocando poi sul mercato le quote della nuova società e finalizzando il ricavato all'abbattimento del debito. Gli osservatori più attenti concordano sul fatto che proprio il debito, tornato a crescere dopo dieci anni, giunto ormai alla soglia del 110 per cento, sarà il problema principale della prossima legislatura: destinato, secondo alcuni, a scalzare dal tavolo le discussioni sul deficit che hanno tenuto banco negli ultimi anni. Di questo è consapevole anche il centrosinistra. Rispetto all'ipotesi Tremonti, non c'è entusiasmo: ma, almeno ufficiosamente, la strada indicata dal ministro, a parte il "niet" quasi pavloviano di Vincenzo Visco, non viene bocciata a prescindere. Il problema del debito sarà tale anche per un governo unionista, soprattutto con la risalita dei tassi d'interesse. Sta di fatto che in alcuni dei posti chiave per quella che potrebbe essere l'operazione che caratterizzerà i prossimi cinque anni di governo - di qualunque colore - siedono personaggi non sgraditi, o stimati anche a sinistra: da Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, al quale spetta il compito di studiare tecnicamente la fattibilità del progetto, a Elisabetta Spitz, potente direttore del Demanio, per le cui mani passa il destino di immobili e terreni di proprietà pubblica, fino allo stesso Massimo Ponzellini, attuale guida di Patrimonio spa, da sempre legato a Romano Prodi (nonostante qualche recente ruggine). Tra i decisamente favorevoli all'ipotesi della superholding stanno, in prima fila, i principali poteri economici e finanziari del paese, ai quali spetterebbe affiancare il governo nella realizzazione dell'operazione; sia come investitori istituzionali (assicurazioni, fondazioni, fondi pensioni, banche italiane ed estere), che come gestori del collocamento (le banche). Immettere sul mercato titoli per importi pari a 30 o 40 miliardi di euro l'anno significa, per le banche, incassare commissioni tra lo 0,6 e il 2 per cento. Un affare niente male, superiore perfino ai potenziali guadagni che potrebbero realizzare gli immobiliaristi mediante operazioni di compravendita del patrimonio pubblico. Per questo, anche se nel merito una parte della comunità finanziaria guarda all'operazione con sufficienza (c'è un fattore scatole cinesi che non convince), di sicuro non saranno i poteri forti ad opporvisi. Tra i decisamente contrari, invece, ci sono gli enti locali, fermamente intenzionati ad evitare che i propri asset vengano spostati nella nuova società. In loro difesa è sceso in campo Roberto Maroni, ribadendo che l'eventuale decisione di alienare il patrimonio dei governi locali non spetta certo al governo centrale. Qualcuno osserva che probabilmente, lo sbarramento di Maroni andrebbe letto anche in chiave di ripicca per la freddezza del collega Tremonti nei confronti della riforma del Tfr, rinviata al 2008 con disappunto del ministro del Welfare. Nella maggioranza, comunque, il tema delle superprivatizzazioni tocca altri nervi scoperti, soprattutto per quanto concerne la cessione di pezzi importanti del patrimonio demaniale, caserme in testa; in occasione del recente rimpasto di governo, l'Udc aveva fatto forti pressioni perché la delega sul demanio passasse dalle mani del sottosegretario Maria Teresa Armosino, di Forza Italia, a quelle di Michele Vietti, esponente dello stesso partito di Casini e Follini (il quale è anche il consorte della signora Spitz). Alla fine, il braccio di ferro è stato vinto dalla Armosino, che tuttavia deve ogni giorno combattere la sua battaglia contro l'attivismo della responsabile del Demanio: desiderosa, si dice, di sempre maggiore autonomia nella gestione del patrimonio pubblico."

Il Foglio 1/12/2005

P. SPA: Elenco degli immobili in asta
ottobre 2005
"Denominazione Indirizzo Tipologia Località Base d'asta Isolotti lagunari Zona Pili Terreno Venezia € 4.890.000 Terreno porto mercantile Lungolago Garibaldi, 11 Terreno Peschiera del Garda (Verona) € 3.360.000 Ex carcere Via Piangipane, 81 Fabbricato Ferrara € 3.150.000 Centro ittico Lungomare Caboto Fabbricato Gaeta (Latina) € 4.900.000 Assistenziato pro liberati dal Carcere Via San Cosma fuori Porta Nolana, 44 Fabbricato Napoli € 11.540.000 Aree agricole pianeggianti Località Pelaggine Terreno Bernalda (Matera) € 769.000 Ex deposito munizioni Località Poggio Pignatelli Fabbricato Campo Calabro (Reggio Calabria) € 3.142.000 http://www.patrimoniodellostato.it/asta9-9/elenco.htm
Fari militari come alberghi e ristoranti
16 ottobre 2005

"Lo Stato batte cassa e cede, seppure in prestito, i suoi gioielli di famiglia. Molti, soprattutto gli ambientalisti, speravano che non se ne facesse nulla. Ed invece sta prendendo corpo il progetto della smobilizzazione dei beni pubblici, in cui rientra la valorizzazione turistica degli 88 fari costieri italiani, che resteranno sempre di proprietà della Marina Militare Italiana, ma ceduti in prestito alle Agenzie del Demanio che dovranno trasformarli in originali alberghi, ristoranti o approdi nautici. La notizia è apparsa sul sito di Sviluppo Italia che gestirà l’operazione. Sono 88 i fari militari in Italia, 9 al Nord, 13 al centro e 66 al Sud. A seconda della loro ubicazione geografica e logistica, saranno infatti divisi in 5 categ: fari del benessere (destinati cioè ad alberghi, e Capo d’orso rientrerà tra questi), fari del gusto, cioè ristoranti, fari del mare (approdi per imbarcazioni) e fari del viaggiare (simili agli autogrill). Non dobbiamo gridare allo scandalo perché i fari come luogo di attrazione turistica sono all’ordine del giorno in Norvegia, un modo nuovo per scoprire i suoi fiordi, ed in Slovenia, dislocati soprattutto sulle isolette rocciose. Destinato al ruolo di faro del benessere, cioè piccolo albergo, anche il faro di Capo d’Orso, tuttora attivo, giudicato da Sviluppo Italia uno dei più attraenti d’Italia. Capo d’Orso è aggrappato alle rocce tra Salerno ed Amalfi, e dai suoi pinnacoli si apre uno dei panorami più suggestivi al mondo, con Conca dei Marini, l’isola dei Galli e in fondo i faraglioni di Capri. Un'ottima idea per rilanciare il turismo italiano ed al Sud, dove finora nessuno ha idee originali. Ma i timori non mancano. Capo d’Orso finora è scampato alla speculazione grazie alle servitù militari. Speriamo non si ripetano i giorni del Fuenti."

(Aldo Primicerio) 16/10/2005, Economedia

Trasformazione in hotel per 88 fari; Italia Navigando investe nel progetto. L'agenzia del Demanio ha lanciato un progetto per la valorizzazione e la trasformazione di 88 fari che attualmente sono sotto il controllo della Marina militare ma che non hanno più alcun interesse militare. A breve sarà pronto il bando che affiderà a privati la gestione dei fari che potranno essere trasformati in alberghi, ristoranti e centri ricerca. Gli 88 fari selezionati sono stati suddivisi in 5 categorie di riqualificazione: benessere, gusto, ricerca, mare, viaggiare. Nove sono ubicati nel Nord Italia, 13 nel Centro, 66 al Sud (27 in Sicilia e 13 in Sardegna). Non saranno messi in gara singolarmente ma in lotti. Sviluppo Italia, con Italia Navigando, sarà impegnato nel progetto 'fari del viaggiare', dati in concessione per lo sfruttamento economico come piccoli alberghi, porti turistici, 'autogrill' del mare o centri espositivi"

TTG Italia, 16/10/2005

CARTOLARIZZAZIONI: IL PIANO in 4 anni
5 ottobre 2005

"Altro che "pillole avvelenate" in dotazione alle società privatizzabili. Il veleno è l'ultima cosa che il Tesoro intende vendere al mercato. L'introduzione in Finanziaria, «ai fini del completamento del processo di privatizzazione», di una norma mirata a proteggere le società di interesse nazionale da scalate ostili, con strumenti finanziari partecipativi, dovrà consentire al Tesoro di ridurre all'osso (prevedibilmente il 10%) la sua attuale partecipazione in Eni, Enel e Finmeccanica. La dismissione delle quote di azioni ancora in mano allo Stato, anche in settori "strategici", è destinata infatti a divenire lo strumento principe per ridurre il debito pubblico nei prossimi anni e rispettare così gli obiettivi di discesa del debito/Pil nel Dpef 2006-2009, confermati nella Relazione previsionale e programmatica 2006 e basati su un intreccio di ipotesi di saldo primario, crescita Pil e dismissioni di asset per 45 miliardi: di cui la fetta più grossa in privatizzazioni di società. L'ambizioso, per non dire irrealistico, Dpef 2005-2008 prevedeva di ridurre il debito a colpi di accetta, cedendo asset pubblici per 100 miliardi di euro al ritmo di 25 miliardi l'anno. Questa ipotesi di lavoro, elaborata nello scenario più ottimistico contenuto nel Piano di privatizzazioni 2005-2008 a opera di Patrimonio dello Stato spa e Kpmg, puntava su massicce cartolarizzazioni di crediti finanziari (poco meno di 30 miliardi), su corpose dismissioni immobiliari (38 miliardi compresi quelli degli enti locali), su privatizzazioni di quote azionarie (fino a 30 miliardi) con protagonista la Cassa depositi e prestiti. Il nuovo Dpef 2006-2009 ha ridimensionato questo programma. I 100 miliardi di euro del 2005-2008 sono divenuti 45 nel 2006-2009: o anche 60 miliardi nel periodo 2005-2009 se si tiene conto di 15 miliardi di quest'anno. Stando a fonti bene informate, nella nuova impostazione 2006-2009 sono cambiate le dosi della miscela di securitization di crediti, cessioni di immobili e dismissioni azionarie. Il pool delle attività finanziarie cartolarizzabili — i crediti insoluti Inps sono arrivati quest'anno alla sesta edizione — non è un pozzo senza fine: e non è emersa finora la volontà del Tesoro di ampliare questo bacino attingendo ai crediti d'imposta vantati dallo Stato. Il timore di trovarsi a dover raschiare il fondo del barile ha ridotto le attese di incasso per gli anni futuri da questo tipo di strumento: ne è la prova il ritardo della securitization sui crediti per la ricerca e l'innovazione emerso nell'ultimo dato di fabbisogno. In quanto alla vendita di immobili mirata alla riduzione del debito, il progetto è stato curato da vicino dall'ex-mini-stro dell'Economia Domenico Siniscalco. Questo piano, a tutt'oggi una bozza in un cassetto chiuso a chiave a doppia mandata, prevedeva una modifica della legge istitutiva del fondo di ammortamento per i titoli di Stato, al fine di allungare con la cessione di proprietà immobiliari pubbliche la lista degli incassi mirati esclusivamente a rimpinguare il fondo per ridurre il debito. Giulio Tremonti, rientrato alla guida del ministero di Via XX Settembre, intende innanzitutto usare le dismissioni immobiliari (vietate a partire dal 2006 su deficit/Pil) come entrata straordinaria per finanziare fino a 3 miliardi di investimenti previsti dall'agenda di Lisbona: non è ancora chiaro se il neo-ministro porterà avanti in parallelo il programma di dismissioni indirizzate alla riduzione del debito (con l'immancabile disco verde di Eurostat). Per abbattere lo stock del debito pubblico e raggiungere la soglia del 100,9% debito/Pil per il 2009, al Tesoro non resta altro che concentrarsi sul programma delle privatizzazioni. La lista delle quote azionarie in società pubbliche o quasi-pubbliche ulteriormente vendibili è lunga. C'è un po' di tutto: dalla Zecca alla Cdp, dalle Poste alla Rai, da Fincantieri a Snam Rete Gas e Terna, per finire alle partecipazioni residue in Eni, Enel e Finmeccanica. L'opzione di vendere le quote strategiche alla Cdp sarebbe tramontata perché la Cassa deve rispettare i paletti imposti dalle agenzie di rating e dalle Fondazioni. Per consentire al Tesoro di vendere al mercato scendendo sotto la soglia del 30% nelle tre società più strategiche (soprattutto Eni per la quale la golden share è meno facilmente esercitabile), la Finanziaria prevede una sorta di "pillola avvelenata" per permettere allo Stato di rientrare in possesso delle società privatizzate nel caso di minaccia di scalate veramente ostili. Restano però numerosi punti da chiarire al mercato. L'articolo 55 fa riferimento alle «società di interesse nazionale»: quali sono? Viene menzionata una «qualificata» partecipazione azionaria dello Stato: cosa significa qualificata? 5%, 10%, 15%? E ancora: questa partecipazione deve essere diretta o può essere indiretta?"