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Intorno
al 1930 e negli anni successivi furono compiute delle operazioni
minori a base di caseati (iniezioni di sostanze adesive a base
d'ammonio), paraffine, silicati e siliconi. Gli allarmi furono
lanciati nel 1932 e Gino Chierici, allora Soprintendente ai Monumenti
per la Lombardia, ebbe nel 1942 l'iniziativa di ripercorrere
in una memoria i lavori che egli aveva seguito attentamente. Nello
stesso momento provvide ad una riproduzione fotografica completa
(circa 500 negativi di grande dimensione) dei rilievi, andata
però persa durante la Seconda Guerra Mondiale (si sono salvate
solo le riproduzioni inserite nella sua opera). Chierici fu inoltre
responsabile di alcuni lavori di consolidamento in cemento armato
dei muri della campata maggiore, compromessa da profonde crepe,
che secondo il Peroni legarono meglio tutta la struttura. Il secondo
intervento, degli anni 1966-67, fu volto invece ad un complesso
contributo di consolidamento chimico e alla ristrutturazione di
altre parti, a cura del professor Sanpaolesi, commissionatogli
dal Comune di Pavia nel 1963, un anno dopo che il Presidente del
Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti nella relazione
ufficiale aveva già detto che "più nulla era possibile fare per
la facciata del San Michele di Pavia".Uno dei suoi meriti maggiori
fu quello di sotituire molti pezzi fatiscenti nelle zone più alte
della facciata, comunque limitatamente alle parti prive di ornato
ed effettivamente danneggiate al punto da compromettere la stabilità
dell'edificio. In quel momento vi fu il ritorno alla copertura
in cotto della facciata, fortunatamente abbandonando l'idea di
una foderatura in piombo che avrebbe certamente messo in pericolo
l'intera struttura. Per questi ultimi interventi comunque non
si dispone per ora di documentazione più ampia, sappiamo comunque
che sarebbero dovuti servire al fine di consolidare la struttura
in arenaria, cioè a migliorarne le caratteristiche di coesione
e di adesione dei componenti: i risultati non furono certamente
brillanti. Secondo quanto detto dalla professoressa Marisa Laurenzi
Tabasso, dell'Istituto Centrale del Restauro di Roma, come conseguenza
di un operazione di consolidamento dovrà essere migliorata la
resistenza meccanico del materiale stesso (sollecitato a forze
di trazione e compressione), mentre sarà modificata la struttura
interna, rendendolo il più possibile impermeabile all'accesso
dell'acqua e delle soluzioni saline o acide: questo, in definitiva,
porterà ad una maggiore resistenza dell'oggetto sul quale si è
intervenuti rispetto ai processi di alterazione della struttura
interna causati, ad esempio dalla reazione al gelo e al disgelo
o alla cristallizzazione interna di sali. Importante, qualora
il prodotto impiegato avesse anche caratteristiche di idrorepellenza,
l'effetto protettivo dell'intervento, dato dall'ulteriore impedimento
all'accesso di acqua liquida e vapori. Nonostante le due finalità
- consolidamento e protezione - siano ben distinte (la finalità
pratica di questa distinzione è fondamentalmente la scelta delle
modalità d'operazione), è altresì possibile ottenere entrambi
gli effetti con l'utilizzo di un solo prodotto. Osservando casi
simili si nota come il deterioramento riguardi nella maggior parte
di essi solo la superficie esterna, e come a volte si noti una
formazione di croste superficiali dure e poco porose, al di sotto
delle quali esista una zona in cui invece il materiale risulti
maggiormente decoesionato e maggiormente poroso. Un ulteriore
approfondimento porterà ad evidenziare un terzo strato che conserva
praticamente inalterate le condizioni normali. Questa è premessa
importante: nel momento in cui si debba intervenire in casi come
quello sopracitato, si richiede di non creare soluzioni di continuità
nella pietra, di creare delle variazioni graduali delle caratteristiche
in modo da creare una progressione da zone nelle quali la presenza
di consolidante sia preponderante a zone nelle quali questo sia
invece praticamente assente. Il problema legato a questa specifica
tipologia di intervento, fatto salvo che il lavoro risulterà tanto
migliore quanto più profonda sarà stata la penetrazione del consolidante,
risiede nella difficoltà di controllo della distribuzione del
prodotto ausiliario, e nella manifesta impossibilità di un controllo
a posteriori del lavoro effettuato, a meno che non si pensi a
metodi distruttivi che, evidentemente, vanificherebbero il tutto.
A proposito di questo argomento resta da dire che, sebbene teoricamente
sembrerebbe auspicabile cercare di ridurre decisamente la porosità
nel materiale da consolidare, in pratica si tratta di una via
non percorribile per almeno una precisa ragione: non potendo controllare
il lavoro si correrebbe il rischio di creare delle zone completamente
impermeabili, a fronte di zone rimaste invece porose. La conseguenza
sarebbe più che dannosa: infatti l'acqua che dovesse filtrare
in queste zone non avrebbe la possibilità di evaporare correttamente
creando tensioni all'interno del materiale, con pericolo di formazione
di fratture e distacchi. E' perciò necessario operare con attenzione,
cercando di diminuire la possibilità di penetrazione dell'acqua
liquida, lasciando però il materiale trattato sufficientemente
permeabile al vapore.
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LA
FILOSOFIA DI INTERVENTO SUI MATERIALI LITOIDIl
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Ciò
che più stupisce è che, in genere, si chieda un intervento rapido,
immediato e risolutivo di restauro, per fermare un processo di
invecchiamento che, certamente accelerato più o meno o più meno
artificialmente provocato, è comunque in corso da centinaia di
anni e provocato da cause spesso complicate da capire. La tendenza
è quella di individuare UNA causa, a volte non capendo che in
realtà si tratta di un CONCORSO DI COLPA TRA CAUSE DIVERSE: Fondamentalmente
non si devono trascurare due tipi di rischi:
1) - A CINETICA MOLTO VELOCE: incendi, rischi idrobiologici ed
altri, generalemnte molto importanti per i monumenti costruiti
in pietra
2) - A CINETICA LENTA: acque piovane, nebbie, escursione caldo-freddo.
Tutto questo deve essere tenuto in buon conto nel considerare
la portata dell'intervento risolutore, che non si deve sostanziare
solo nella cura (parziale) di una malattia che si conosce relativamente,
ma anche nella prevenzione di malattie future. Ausilii a questo
sono certamente i moderni sistemi di rilevamento computerizzato
(termografia, fotogrammetria, ecc.) che permettono di avere un
quadro della situazione in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione
particolare, in modo da rendere possibile la comprensione della
migliore tipologia di intervento nei due sensi sopraddetti. Un'ultima
indicazione su quali dovrebbero essere i requisiti del materiale
usato nel consolidamento, al di là di quelli immediatamente funzionali
allo scopo: assenza di colore, trasparenza, stabilità chimica,
alla luce e al calore, oltre che alle aggressioni degli inquinanti
atmosferici, idrorepellenza ma permeabilità al vapore, non reagire
chimicamente con la pietra e fornire un trattamento reversibile.
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