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In
questa prima sezione, l'obiettivo è quello di fornire al lettore
alcuni strumenti di base che permettano di contestualizzare
meglio quanto detto nelle parti successive del libro. In particolare,
il primo capitolo aiuta a collocare il discorso dell'immigrazione
all'interno di quella che è stata la storia dei flussi e delle
migrazioni nell'Europa degli ultimi de-cenni, con delle descrizioni,
man mano che si procede, sempre più collegate alla situa-zione
italiana ed ai territori del medio-alto Adriatico. Il secondo
capitolo, invece, forni-sce indicazioni sul modello politico
e culturale di riferimento, che ha fortemente influito sulla
conduzione dell'indagine a Fano, effettuata attraverso l'analisi
civica, strumento utilizzato nell'ambito delle ricerche promosse
dalla cittadinanza attiva per reperire in-formazioni e pianificare
soluzioni concertate relative a problematiche di tipo sociale
-

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-
L'italia
nel contesto delle migrazioni internazionali. Uno sguardo d'insieme.di
Francesco Carchedi
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- 11
) Premessa .........................................................................
-
- Il
contributo che segue, intende focalizzarsi su alcuni aspetti del
fenomeno mi-gratorio a livello internazionale, sulle cause principali
che lo determinano e su quelle che lo caratterizzano nello spazio
europeo ed in quello nazionale, cioè italiano. L'ultima
sezione è dedicata alle peculiarità che presenta
il fenomeno immigrazione nei territori dell'Adriatico. Le riflessioni
scaturite dalla ricerca condotta a Fano contribuiranno nei capitoli
successivi a completare il quadro, in questo spazio solo introduttivo.
La tesi di fondo (condivisa tra l'altro da diversi autori) è
quella che la presenza immigrata in Italia - da circa 20/25 anni
- è una derivazione diretta dei flussi internazionali migratori
riattivatisi nel secondo dopoguerra. La riattivazione, in larga
scala, è stata causata per lo più dai processi di
indipendenza delle ex co-lonie dei principali paesi occidentali
(tra gli anni Sessanta/Settanta), dal sotto-sviluppo e dai conflitti
regionali (negli anni Ottanta), dagli effetti del crollo del Muro
di Berlino e dai conflitti più recenti dei Balcani (per
tutti gli anni No-vanta). In altre parole, si cercherà
di definire per larghe linee le caratteristiche dei processi migratori
ed alcune delle logiche politiche che li sottendono, in quanto
fenomeni sociali ed economici nonché culturali al tempo
stesso. Si cer-cheranno inoltre di definire anche le strategie
attuate da parte dell'Unione Eu-ropea allo scopo di governare
l'arrivo di nuovi flussi migratori all'interno degli Stati membri,
in particolare di quelli fondatori ubicati nelle aree di confine.

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- 1.2
) Gli anni Cinquanta e Sessanta Sessa....................................
-
-
I
flussi migratori che interessano l'Europea occidentale a partire
dalla fine della seconda guerra mondiale sono generalmente suddivisi
in due grandi cate-gorie. La prima è quella che viene definita
emigrazione inter-continentale (o extra-europea), la seconda
intra-continentale (o intra-europea). Da un lato il carattere
è quello delle migrazioni transoceaniche, giacché si riattivano
i canali dei flussi migratori pre-bellici con destinazione le
Americhe e (fatto nuovo) l'Australia. Questa emigrazione si
sviluppa, interessando circa 7.000.000 di europei, fino alla
fine degli anni Sessanta, per poi ridursi progressivamente.
Dall'altro, il carattere è quello delle migrazioni transnazionali
continentali che si protraggono, con varie tappe successive
e di diverso peso quantitativo, fino alla fine degli anni Settanta
(Romero, 1991; Castel e Kosack, 1974). In entrambi i casi, si
tratta di lavoratori migranti che passano da un'area geo-grafica
all'altra all'interno dello stesso paese (ad esempio: dal Sud
al Nord dell'Italia o dall'Est all'Ovest della Germania), oppure
da un paese all'altro all'interno dello stesso continente (dall'Italia
o dalla Germania alla Francia) o da un paese all'altro allacciando
uno spazio migratorio tra diversi continenti (dall'Europa all'America).
Dunque, l'Europa post-bellica nel suo complesso è un continente
sostanzialmente di emigrazione ed al contempo di immigrazione,
in quanto meta di flussi di immigrati - di consistenza numerica
molto minore di quelli in uscita - provenienti dalle colonie
inglesi, olandesi e francesi. I paesi di maggior importazione
erano quelli che avevano maggiori problemi di carenza di mano
d'opera e quindi caratterizzati da un deficit demografico; di
converso, i paesi di maggior esportazione di mano d'opera erano
quelli che re-gistravano un'eccedenza di popolazione. Questa
congruenza, era il parere di molti studiosi, determinava un
doppio circolo virtuoso di crescita economica: uno a livello
sovranazionale e l'altro a livello nazionale, sia per i paesi
espor-tatori sia per quelli importatori (per ragioni speculari),
dato l'afflusso costante di forza lavoro e la flessibilità che
ne caratterizzava l'impiego (Romero, 1991). Da un lato quindi
i paesi importatori come la Francia (in primo luogo), il Be-nelux,
la Svizzera e la Svezia, dall'altro i paesi esportatori come
l'Italia (in primo luogo), la Germania, la Grecia, la Yugoslavia
e la Gran Bretagna. Ma mentre la Gran Bretagna e la Germania
registravano contemporaneamente flussi in uscita (cioè di cittadini
nazionali) e flussi in entrata (rispettivamente cittadini del
Commonwealth e cittadini delle ex regioni dell'Est), dall'Italia
e dagli altri paesi dell'Europa del Sud/Sud-est, l'emigrazione
registrava flussi soprattutto in uscita con mete intra-continentali
(in Italia i flussi hanno assunto un carattere intra-nazionale
sulla direttrice Sud/Nord) e flussi con mete extra-continentali
(verso le Americhe e l'Australia). Il decennio successivo (gli
anni Sessanta) rappresenta, nello studio dei flussi migratori,
un periodo importante. Una prima ragione va individuata nel
boom economico derivante dall'attivazione delle risorse destinate
alla ricostruzione post-bellica collegate al "Piano Marshall"
e, dall'altro, nei contemporanei pro-cessi di emancipazione
e di autodeterminazione delle ex colonie (e dei così detti Protettorati)
dei principali paesi nord europei (in particolare Francia, In-ghilterra
e Paesi Bassi). La ricostruzione produsse effetti di sviluppo
partico-larmente sostenuti nelle aree industriali del Nord Europa
(compreso il Nord Italia) e pertanto la richiesta di significative
componenti di mano d'opera, an-che dequalificata e disposta
ad essere occupata in maniera flessibile. Negli an-ni Sessanta
le riserve di mano d'opera dall'Italia e dalla Grecia si riducono
enormemente, al punto che i paesi più industrializzati tendono
a stipulare trat-tati sulla mano d'opera anche con altri paesi:
dapprima con la Spagna, il Por-togallo e la Yugoslavia e poi
con i paesi del Maghreb, con l'Egitto e con il Vi-cino Oriente
(Siria, Libano e Turchia) (Collinson, 1994). I trattati di mano
d'opera (a parte quelli stipulati tra paesi europei) ricalcano
generalmente i rapporti esistenti tra alcuni paesi europei e
le loro ex colonie, pur se con qualche eccezione, al punto che
si inizia a parlare di neo-colonialismo. Così la Francia stipula
in particolare trattati con i paesi del Maghreb, la Gran Bretagna
con i paesi del Sub-continente indiano, l'Olanda con i paesi
centro-americani. La Germania stipula trattati in particolare
con la Turchia (promuovendo anche una forte migrazione per le
popolazioni curde). Per tutti gli anni Cinquanta/Sessanta si
registra una convergenza simmetrica tra offerta e domanda di
mano d'opera tra i paesi europei e tra alcuni di questi ed altri
paesi del bacino Sud del Mediterraneo, al fine di mantenere
e perpetuare il circolo virtuoso sopra citato. Alla carenza
di mano d'opera corrisponde un'economia in piena espansione
nei paesi industrializzati, all'abbondanza di mano d'opera corrispondono
economie in fase di decollo ed in fase di sviluppo nei paesi
(o nelle aree) non industrializzati (Carchedi e Mottura, 1996).
Una stima numerica complessiva dei lavoratori migranti facenti
parte dei trat-tati di mano d'opera (iniziati nel '62 e proseguiti
fino al '73) provenienti dai paesi del bacino Sud del Mediterraneo,
si aggira intorno alle 3.000.000 di unità (ibidem). Di questi,
soltanto una metà circa sono espatriati, ed in maniera non sempre
lineare, per la presenza di contraddizioni e conflitti tra i
contraenti, giacché l'assegnazione delle quote è stata sempre
motivo di forti negoziazioni e giocata come fattore strategico
in politica estera. Gli ultimi contingenti in uscita dal Maghreb
(Tunisia, Algeria e Marocco) programmati per il periodo '68/'74,
stimabili intorno al milione di unità, non riuscirono mai a
partire com-pletamente: da un lato perché tardarono a decollare
(di due/tre anni), dall'altro perché, una volta avviati, il
loro decorso fu contrastato dall'esplosione della crisi petrolifera
degli inizi degli anni Settanta e dalla recessione che ne conse-guì,
nonché dalle preoccupazioni socio-politiche di alcune componenti
la po-polazione autoctona dei paesi di immigrazione. Eventi
combinati determinarono le cosi dette politiche di stop, ossia
la rottura unilaterale dei trattati da parte dei paesi importatori
di mano d'opera e pertanto il blocco delle migrazioni programmate
dai medesimi. Questo episodio, di ri-valsa dei paesi industrializzati
contro i produttori di petrolio, ebbe effetti nega-tivi verso
i paesi esportatori di mano d'opera, al punto da segnare enorme-mente
la storia migratoria successiva. ...........................................................................................
-
-
-
1.3
) Gli anni Settanta e
Ottanta .................................................
-
-
-
L''inizio
degli anni Settanta è caratterizzato, pertanto, dalle politiche
di stop (King, 1993, Collinson, 1994, Campani, 1987), ossia
dal varo di disposizioni normative finalizzate ad interrompere
l'arrivo di nuovi flussi migratori ed a selezionare quantomeno
i contingenti in ingresso: non entrano adulti maschi in età
lavorativa ma entrano soltanto donne e bambini per ricongiungersi
con i rispettivi partner e quote di richiedenti asilo (soprattutto
dai paesi dell'Est). Le porte quindi si chiudono verso nuovi
ingressi di forza lavoro irregolare, ma inizia al contempo,
anche se faticosamente ed in maniera contraddittoria, un processo
tendente a rafforzare i processi di integrazione delle componenti
im-migrate presenti. A tale scopo, furono varate le prime disposizioni
legislative per facilitare l'inserimento socio-economico, scolastico-culturale
e formativo in generale. Le componenti non nazionali erano diversamente
distribuite nei differenti pae-si di immigrazione. Il paese
che aveva il maggior numero di immigrati, pro-porzionalmente
alla popolazione autoctona, era la Svizzera con una percen-tuale
pari al 16%, seguito a distanza dalla Francia, dalla Gran Bretagna,
dalla Germania e dal Belgio con percentuali oscillanti intorno
al 6/7% ed in ultimo dall'Olanda con percentuali vicine il 2%.
La presenza di lavoratori provenienti da paesi extra-europei
(per lo più dalle ex colonie, come accennato) era abba-stanza
significativa e visibile, in quasi tutti i paesi di immigrazione.
Ciascun paese, comunque, specie tra quelli più interessati alla
presenza straniera, spe-rimenta un diverso modello di accoglienza/integrazione.
Schematicamente si evidenziano tre modelli principali di gestione
delle politi-che migratorie: quello inglese basato sul riconoscimento
delle minoranze etni-che (con relativa cittadinanza in quanto
cittadini dell'ex Commonwealth), quello francese basato sull'integrazione
e pertanto sul principio di naturalizza-zione (anche perché
la cittadinanza viene concessa per jus soli), e quello tede-sco
basato sul principio del lavoratore ospite e per definizione
a tempo deter-minato (la cittadinanza viene concessa per jus
sanguinis). Tali modelli, specialmente quello inglese e quello
francese, hanno influenzato anche quelli di altri paesi di vecchia
immigrazione ed in parte anche quelli di nuova immigrazione,
mentre quello tedesco rimane abbastanza singolare (Martinello,
1990). L'impostazione generale che scaturisce dalle politiche
di stop (a prescindere dai modelli citati), alla quale si allineano
quasi contestualmente tutti i paesi di vecchia immigrazione,
determina per i paesi del Sud Europa, in particolare per l'Italia
e, negli anni Ottanta, per la Spagna e per il Portogallo ed
in ultimo per la Grecia, una repentina trasformazione sociale:
da paesi di emigrazione di-ventano paesi di immigrazione. Da
un lato perché i flussi migratori, in parti-colar modo parliamo
di tutte quelle componenti compresse dalla cessazione dei trattati
sulla mano d'opera, scelgono altre mete di insediamento in quanto
le vecchie sono precluse dalle politiche di stop; dall'altro
perché anche i paesi del Sud Europa innescano processi di forte
modernizzazione e complessificazione delle dinamiche dei mercati
del lavoro locali. Fatto sta che anche i nuovi paesi di immigrazione
nel corso degli anni Ottanta varano normative di conteni-mento
dei flussi in entrata e politiche di sostegno all'integrazione
per le com-ponenti già soggiornanti. Insomma, il modello di
politica migratoria sorto agli inizi degli anni Settanta centrato
sul binomio "sbarramento delle frontiere/integrazione per i
residenti", diventa il modello al quale aderiscono i paesi europei
man mano che nel corso degli anni diventano paesi di immigrazione.
Per questa ragione le politiche di stop, nel corso degli ultimi
trent'anni, hanno trasformato qualitativamente le presenze straniere
nei paesi nord europei e stanno con modalità diverse tra-sformando
i paesi del Sud europeo (Carchedi, 1999) determinando il passaggio
da: - immigrazione a forte connotazione individuale, di genere
maschile e preva-lentemente celibe, ad immigrazione familiare,
a preponderanza femminile e composta da componenti coniugate
ed orientate alla costituzione/ri-costituzione di nuclei familiari;
- immigrazione a forte connotazione economica, a tempo determinato,
a lavoro intensivo e caratterizzata da significativi flussi
di ritorno, ad immigrazione plu-rimotivazionale, a tempo indeterminato
ed a lavoro ordinario con presenza di quote crescenti di disoccupazione
e con scarsa propensione al ritorno; - immigrazione fortemente
caratterizzata da occupazione alle dipendenze, ad immigrazione
occupata anche nelle attività commerciali e nel terziario (non
solo nel comparto dei servizi alle persone ma anche in quelli
tecnologicamente avanzati); - immigrazione a forte connotazione
uni-generazionale ed in età attiva, ad im-migrazione pluri-generazionale
con conseguente strutturazione demografica a carattere piramidale,
tipica delle popolazioni stanziali e sedentarie (quindi atti-va
e non attiva e pertanto con un maggior peso sui sistemi socio-assistenziali).
Queste considerazioni valgono in parte anche per l'Italia (e
gli altri paesi euro-pei del Sud), giacché quest'ultima diventa
paese di immigrazione a partire dalla seconda metà degli anni
Settanta, allorquando il saldo migratorio tra quanti uscivano
dal territorio nazionale e quanti entravano/rientravano era
fa-vorevole ai primi, di circa 200.000 unità (Macioti e Pugliese,
1991). Da allora progressivamente la presenza di stranieri è
andata aumentando, fino alle cifre attuali che si aggirano intorno
al milione e duecentomila unità. In pratica, nel corso di circa
25 anni, la presenza immigrata è aumentata di circa sei volte,
corrispondendo più o meno al 2% della popolazione autoctona.
Non si tratta quindi di masse di diseredati pronte all'invasione,
ma di un processo di innesto di segmenti di immigrati piuttosto
graduale e del tutto fisiologico. Si tratta, in-fatti, dell'arrivo
di contingenti che dal punto di vista della consistenza numeri-ca
risultano abbastanza modesti. In sostanza, l'Italia, la Spagna,
il Portogallo a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta,
e per tutto il decennio successivo, sono diventati paesi di
frontie-ra dell'Unione Europea, ossia i paesi che si interfacciano,
tra le altre cose, con la pressione migratoria proveniente soprattutto
dall'Africa settentrionale e da quella sub-sahariana. La Grecia
dal canto suo si interfaccia, invece, con una sostanziosa parte
della pressione migratoria proveniente dal Vicino e dal Me-dio
Oriente. Mentre all'Est tale funzione viene svolta dalla Germania
e dall'Austria rispetto ai paesi dell'ex Unione Sovietica. Man
mano quindi che prende corpo l'Unione Europea come spazio sovranazionale,
le frontiere ester-ne diventano quelle dei paesi ubicati alla
periferia Sud/Sud-est e Nord-est. Date le caratteristiche nazionali
delle collettività immigrate che negli anni Ot-tanta premono
per entrare, appare evidente che le frontiere del Sud sono quelle
maggiormente esposte. Infatti, la pressione migratoria proviene
in maggioranza dal Maghreb e dall'Africa continentale, nonché
dal Sud-est asiatico ed in misura minore dal Sud America. In
particolare, quindi, si attivano programmi di difesa unificata
delle frontiere come l'Accordo di Schengen (del giugno '85 e
successive inte-grazioni) per quanto concerne i flussi migratori,
ed allo stesso tempo pro-grammi di cooperazione con il Maghreb
e con gli altri paesi del bacino Sud del Mediterraneo, al fine
di ridurre la pressione migratoria (Nascimbene, 1995). Nasce
anche con questa ottica la "Politica mediterranea rinnovata"
agli inizi degli anni Novanta, frutto delle disposizioni varate
dalla Commissione euro-pea. In atre parole, l'attenzione dell'Unione
Europea per tutti gli anni Ottanta è focalizzata a ridurre la
pressione migratoria proveniente dal Sud del mondo, sia delimitando
gli ingressi di nuove ondate migratorie, sia attivando pressioni
diplomatiche con gli stati considerati a rischio di emigrazione
attraverso forme di cooperazione per lo più di carattere politico-militare,
con poca incidenza concreta sulle questioni dello sviluppo delle
aree di esodo (Amato e Palano, 1996).

-
1.4
) Gli anni Novanta ...............................................................
-
-
La svolta
storica avvenuta non solo a livello europeo ma in tutto il mondo
con la così detta caduta del Muro di Berlino, sposta immediatamente
l'attenzione dell'Unione Europea alla prevenzione della formazione
dei flussi migratori dal Sud all'Est. L'apertura delle frontiere,
l'ingresso di nuovi paesi nelle dinami-che di circolazione di
merci e di persone, le trasformazioni socio-politiche e culturali,
allarmano i governi dell'Europa occidentale, in quanto si pensa
che tali trasformazioni possano liberare flussi migratori sulla
direttrice Est-Ovest. Ancora una volta la realtà si è rivelata
diversa e lontana dalle previsioni allar-mistiche prospettate
(de Tanguy, 1997). Nonostante questo, il nuovo fronte da controllare
con maggiore attenzione, non solo dal punto di vista migratorio,
ma anche della sicurezza nella sua accezione più estesa, diventa
l'area immediatamente a ridosso delle frontiere europee orientali,
ovvero quelle italiane del versante Adriatico, quelle tedesche
e quelle austriache trans-danubiane (Campani, Carchedi e Mottura,
1998). In qualche modo le frontiere meridionali acquistano minor
attenzione (in particolare quelle dell'Italia del Sud-ovest,
dell'Andalusia spagnola e dell'Argarve porto-ghese) almeno per
la prima fase degli anni Novanta. Questa diversa attenzione
europea verso l'Est si misura anche con la riconver-sione di
risorse erogate con la citata Politica mediterranea rinnovata.
Infatti, questa strategia aveva previsto un aumento sostanzioso
di finanziamenti ai paesi terzi mediterranei nel periodo '92/'95,
che vengono invece repentina-mente ridotti di circa un terzo
(sul rispettivo totale) in favore dei paesi dell'Europa centrale.
Cifra che va ad aggiungersi ad altre risorse da destinare alla
stessa area divenuta fortemente strategica per l'Unione, in
quanto area di confine e pertanto potenzialmente destabilizzante
per gli assetti di sicurezza. Insomma, a politiche rivolte soltanto
a contenere flussi migratori dal Sud si affiancano politiche,
con un peso anche maggiore, che hanno come area di in-tervento
i paesi dell'Europa centrale (Amato e Palano, 1996). Le strategie
politiche dell'Europa, quindi, si biforcano sul versante Sud/Sud-
ovest e sul versante Sud-est/Est. Rispetto al primo versante,
alla Conferenza di Barcellona (del novembre '95) tra l'Unione
Europea e i 12 Paesi Terzi del Me-diterraneo, viene istituito,
tra le altre cose, lo Spazio di libero scambio euro-maghrebino
(che entrerà in vigore nel 2010). Rispetto al secondo versante,
vengono varati accordi e costituite alleanze socio-economiche
(PECO), anche nella prospettiva di inclusione dell'Unione Europea
(che avrà un'ulteriore ac-celerazione nel corso del 1998). In
sostanza, viene disegnata e perseguita una prospettiva strategica
che ricorda la così detta "Europa a cerchi concentrici" che
J. Delors aveva tratteggiato per indicare un processo di progressiva
inclu-sione delle aree di prossimità. La temuta invasione dall'Est
(come sopra accennato) non si è verificata, anche se il panorama
delle migrazioni, e soprattutto il peso delle diverse componenti
nazionali, nell'ultimo decennio vedono quelle dell'Est in aumento,
non solo in Italia ma anche negli altri paesi di frontiera (Germania
e Austria). Queste mi-grazioni, comunque, si discostano da quelle
più tradizionali, cioè quelle che hanno interessato l'Unione
fino agli anni Ottanta, in quanto hanno una conno-tazione maggiormente
politica rispetto alle precedenti. Si tratta, infatti, di emi-grazioni
derivanti da conflitti sociali forti, da guerre civili e da
guerre interre-gionali, come nel caso di quelle esplose nei
Balcani nell'ultimo decennio. Cia-scun conflitto determina particolari
flussi di profughi che si formano in Croa-zia ed in Slovenia,
in Albania ed attualmente in Kossovo , secondo l'intensità e
la violenza dei conflitti, nonché con il coinvolgimento diretto
delle popolazioni civili. Flussi in uscita si formano nel corso
degli anni Novanta anche dalla Polonia, dalla Romania, dall'Ungheria
ed in misura minore da altri paesi dell'area. Dalla Russia i
flussi in uscita in direzione dell'estero sono tutto sommato
con-tenuti, mentre più rilevanti sono quelli intra-nazionali
. Le politiche di sostegno da parte dell'Unione Europea alla
Polonia, alla Repubblica Ceca ed all'Ungheria (prima del '97)
e la successiva inclusione di questi nell'Unione stessa (dopo
il '97) hanno, in sostanza, spostato le frontiere ancora maggior-mente
verso oriente. Ad Est si è determinato, infatti, un nuovo scenario:
non è più soltanto la Germania il paese di frontiera ma anche
e soprattutto i nuovi paesi citati. In particolare, la Polonia
sta diventando anche un paese di immigrazione, tra-sformando
così il ruolo avuto nell'ultimo decennio, cioè quello di paese
di emigrazione. Stesso cambiamento, anche se più lento e più
contraddittorio, lo sta avendo anche la Tunisia, in quanto raccoglie
flussi migratori dall'Africa sub-sahariana, ed in parte la Turchia
per flussi provenienti dalle proprie aree di confine. Ciò fa
pensare che in alcune nuove aree di frontiera dell'Unione ed
in alcune aree di prossimità, a flussi di emigrazione si affiancano
flussi di immi-grazione straniera, innescando processi di sviluppo
e di modernizzazione non pensabili soltanto dieci anni addietro.
In altre parole, nella cintura immediatamente a ridosso dell'Unione,
si stanno consolidando aree di raccolta di flussi migratori
che in altre fasi storiche avrebbero interessato direttamente
l'Europa occidentale. Si stanno formando, insomma, aree-cuscinetto
che raccolgono nuovi flussi migratori ed al contem-po ne ammortizzano
la pressione migratoria in direzione dell'ex-Europa dei dodici.
L'estensione della periferia dell'Unione allontana dal centro
anche le aree soggette maggiormente alla pressione migratoria,
determinando di fatto nuove barriere situate a distanza dai
paesi fondatori.

-
1.5
) L'Italia e le regioni adriatiche nel panorama delle
migrazioni europee......................................................................................
-
La
presenza degli immigrati in Italia è riscontrabile attualmente
sia nelle regioni più sviluppate (dove necessitano quote aggiuntive
di mano d'opera) sia in quelle meno sviluppate (dove necessitano
quote di lavoro dequalificato e di bassa forza), anche se per
caratteristiche insertive differenti e variegate. Questo aspetto,
in apparenza contraddittorio, è spiegato sufficientemente dal
fatto che i corrispettivi mercati del lavoro assumono una connotazione
dualistica caratte-rizzata da processi di segmentazione: da
un lato i comparti coperti dai sistemi di garanzie, dall'altro
i comparti scoperti dai sistemi di garanzie, che possono anche
convivere a fianco dei precedenti. Nei primi sono collocati
generalmente i lavoratori autoctoni, nei secondi, agli scalini
più bassi, le componenti lavora-trici immigrate (Pugliese, 1993).
Le componenti immigrate dunque si insediano e trovano occupazioni
(spesso precarie ed insicure) anche in aree dove sono forti
i tassi di disoccupazione de-gli autoctoni, con una forte presenza
del lavoro irregolare e sommerso, con una dinamica dei mercati
del lavoro a carattere stagionale e con una proliferazione del
lavoro autonomo. Questo aspetto denota delle caratteristiche
peculiari della presenza immigrata in Italia e prefigura l'esistenza
di una sorta di modello mediterraneo di accoglienza/inserimento,
per certi versi differente da quello che avevano determinato
i paesi di vecchia immigrazione. In questi, infatti, in un'immigrazione
intra-europea (formata appunto da cittadini europei) si inne-sta
un'immigrazione di provenienza extra-europea (formata da cittadini
dei paesi terzi), mentre in Italia, ed in genere nei paesi del
Sud Europa, la seconda tipologia è quella che caratterizza l'intero
fenomeno migratorio. Questo è composto da una variegatissima
gamma di nazionalità, mentre nelle migrazioni tradizionali le
nazionalità erano piuttosto ridotte e provenivano quasi sempre
dalle ex colonie. Così pure l'inserzione lavorativa avveniva
generalmente nella grande industria manifatturiera con tutte
le garanzie sindacali corrispondenti. In Italia, l'inserzione
lavorativa avviene sia nella piccola/piccolissima impresa manifatturiera,
sia nelle attività agricole stagionali, sia nei servizi della
ristorazione e dell'accoglienza alberghiera e soprattutto nel
settore dei servizi alle persone (specialmente per le componenti
femminili) dove, tradizionalmente, la rappre-sentanza sindacale
è quasi del tutto assente (Mottura e Pinto, 1996). L'occupazione
degli immigrati nella fascia secondaria del mercato del lavoro
nell'ultimo decennio, si caratterizza per il fatto che è quasi
del tutto scoperta dal punto di vista delle garanzie di cittadinanza
e pertanto la sua principale connotazione è l'occupazione precaria.
Quindi, la precarietà lavorativa condi-ziona fortemente i processi
di inserimento, creando forme di ineguaglianza strutturali tra
autoctoni ed immigrati. Altra differenza significativa tra la
vecchia immigrazione nord-europea e quella che avviene in Italia,
è il differente peso delle componenti femminili ed il ruolo
da esse giocato sia nella determinazione dei flussi sia nei
meccanismi di compensazione delle carenze dei sistemi di welfare
delle società di accoglienza. In primo luogo, a differenza di
quanto accadeva storicamente, esse hanno una funzione prioritaria
nella formazione dei flussi, in particolare per alcune grandi
comunità (ad esempio: la filippina, la cingalese, la capoverdiana,
l'eritrea, la somala e la latino-americana in genere), ed una
funzione antitetica a quella svolta dalle donne emigranti nei
decenni precedenti. Infatti, esse emi-grano autonomamente e
non solo al seguito delle componenti maschili, anzi sono loro
che una volta sistemate formano i nuclei familiari, richiamando,
at-traverso i ricongiungimenti familiari, le componenti maschili
medesime. Sono le donne dunque ad essere, per molte collettività,
il centro del fenomeno mi-gratorio, mentre per altre (quasi
sempre per le componenti maghrebine) sono gli uomini. In secondo
luogo, il grande impiego delle donne immigrate nel lavoro dome-stico
e nella cura/assistenza dei bambini e degli anziani, permette
forme di compensazione contro gli effetti destabilizzanti nelle
organizzazioni familiari causati dalla carenza di politiche
sociali pubbliche adeguate. Le stesse donne immigrate, sostituendosi
in alcune attività di assistenza alle donne che vivono all'interno
dei nuclei familiari indigeni, inoltre, creano le condizioni
perché queste ultime accedano con maggiore tranquillità ad alcuni
segmenti del mer-cato del lavoro, percorrendo carriere lavorative
altrimenti inaccessibili. Il lavo-ro domestico è quello che
rispetto agli altri lavori svolti dagli immigrati ha re-gistrato
le prime forme di regolamentazione e rappresenta, al momento,
il comparto dove, rispetto agli altri, è maggiormente presente
il contratto di lavo-ro: pertanto le lavoratrici possono fruire
di un parziale sistema di garanzie. L'estensione delle garanzie,
al di là delle potenzialità formali, non raggiunge il terzo
dell'universo, secondo i dati Inps del '97 (cioè circa 70.000
sul totale di 230.000). La specificità italiana di questi ultimi
anni si caratterizza per la prossimità geografica con l'area
balcanica, ossia l'area dalla quale, a causa dei conflitti,
provengono gran parte dei nuovi flussi. Questa posizione, in
particolare tutto il corridoio adriatico, permetterà all'Italia
di svolgere un ruolo importante anche nella ricostruzione post-bellica
dell'intera area: sia perché frontiera naturale, sia perché
ospita già componenti immigrate interessate a ricomporre i rapporti
socio-economici con l'area di provenienza, sia per la facilità
di relazioni e di scambi che possono attivarsi. Ciò che sembra
prospettarsi è la valorizzazione degli spazi transfrontalieri,
in quanto luoghi di scambio socio-economico. Spazi che potrebbero
divenire strategicamente oggetto di Patti di sviluppo territoriali
a carattere transfron-taliero, proprio al fine di congiungere
le risorse che si diramano tra le aree di esodo e le aree di
insediamento. Questo genere di patti saranno nei prossimi decenni,
con molta probabilità, la nuova sfida per uno sviluppo socio-economico
integrato al di qua ed al di là dell'Adriatico
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Tra
innovazione e partecipazione: l'analisi civica.
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di
Pier paolo Inserra.............................................................
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2.1
) Verso un modello innovativo di partecipazione sociale
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L'obiettivo
di questa pubblicazione non è soltanto euristico od astrattamente
er-meneutico. Riteniamo, infatti, fondamentale condividere un
percorso non certo facile, che ci aiuti a comprendere quali
sviluppi e che ruolo possa avere la ricer-ca sociale come strumento
di definizione delle politiche locali di welfare. Tutto questo,
superando l'astrattismo tipico di talune riflessioni sociologiche
della scuola europea, facendo tesoro, senza assolutizzarla,
dell'impostazione empirista della ricerca psico-sociale e sociologica
dei paesi anglosassoni, per restituire a coloro che operano
a più livelli nel sociale un ruolo di intermediazione tra le
ne-cessarie speculazioni della comunità scientifica e le esigenze
dei territori. Uno degli interlocutori privilegiati a livello
locale, in termini di individuazione e gestione dei bisogni
espressi ed inespressi dalla cittadinanza, è il terzo settore.
Paradossalmente quindi, è il cittadino stesso, assieme ad altri
cittadini, che dan-do seguito all'esigenza di lettura e di risposta
che deriva dalla comunità locale, provvede ad organizzarsi,
dai punti di vista strutturale, culturale e non ultimo professionale,
per assumere una visibile funzione di protagonista nella gestione
della res pubblica. Quest'ultima, non coincide più ormai con
il concetto di stata-lismo, ma appunto di cittadinanza. Come
garantire la produzione e l'uso di informazioni da parte dei
cittadini in funzione dell'attivazione di politiche pubbliche
adeguate, sia in sede di defini-zione ed implementazione sia
in sede di valutazione? A nostro avviso, ribadendo fortemente
il concetto di cittadinanza attiva, di governance: di gestione
parteci-pata delle politiche pubbliche locali. Una delle metodologie
che anche in Italia si sta iniziando ad utilizzare, ancora tra
l'altro in maniera non sempre consapevole e spesso frammentaria
(in tal senso l'esperienza raccontata in queste pagine può essere
considerata fra le prime), è quella dell'analisi civica. Quest'ultima,
non a caso, rappresenta un'espressione che non esiste nella
lingua italiana, nemmeno all'interno di un gergo o di un linguaggio
specialistico. Strumento principe dell'analisi civica rimane
la ricerca, intesa come possibilità scientifica di incre-mentare
conoscenze e di acquisire informazioni generalizzabili e valide
su un dato fenomeno oggetto di studio. E' a questo punto che
si colloca l'esperienza promossa dal Comune di Fano e da Limen.
Come vedremo però nei paragrafi seguenti, altri sono stati e
saranno gli strumenti da utilizzare in divenire. Molti di essi,
sperimentati in questo primo camminare insieme, vanno ulteriormente
raffinati. Altri, testati in contesti e momenti storici diversi,
fanno parte del bagaglio tradizionale del ricercatore prima
e del cittadino attivo poi. In questo capitolo ci preoccuperemo
di descrive-re il modello teorico e l'impostazione generale,
oltre che le scelte e le motiva-zioni principali che hanno caratterizzato
il progetto "Quali diritti per quali biso-gni: vita da immigrati
a Fano".

-
-
-
2.2
) Le politiche dei cittadini ed il cittadino analista
........
-
-
L'analisi
civica , come abbiamo avuto modo di anticipare in parte, è una
pratica di partecipazione sociale che, nello specifico, si riferisce
alla produzione ed all'uso di informazioni da parte dei cittadini
in funzione dell'attivazione di pro-prie politiche e della partecipazione
alle politiche pubbliche, sia in sede di defi-nizione ed implementazione
sia in sede di valutazione. Produrre ed usare informazioni,
infatti, è esercitare potere. In un'accezione "mi-noritaria",
la concezione usuale di cittadinanza prevede che i cittadini
siano in linea di massima i beneficiari od il bersaglio (target)
delle politiche. Tutt'al più è riservata loro la facoltà di
sollevare questioni che potrebbero diventare, in certe circostanze,
pubblici problemi inseriti nell'agenda dei governi locali e
del Par-lamento. Oggi, all'interno di sistemi politici e sociali
complessi, questo modello di ge-stione della cosa pubblica deterministico
e lineare, fondato sulla delega passiva, non è più funzionale.
Le autorità pubbliche, da sole, non riescono in termini di potere
e quindi di capacità di promuovere e gestire cambiamenti, a
reggere e go-vernare i territori. La cittadinanza attiva diventa
allora uno spazio centrale di ri-flessione e proposizione, un
soggetto forte di elaborazione, non più esclusiva-mente stimolata
da leggi e provvedimenti ufficiali. All'interno di questo discorso,
l'analisi civica si occupa di produrre informazioni utili ad
avviare, od a chiarire, i dinamismi e gli effetti di una politica
in cui i cit-tadini siano o vogliano essere coinvolti da protagonisti.

-
2.3
) L'analisi civica ...................................................................
-
-
Vediamo,
in modo più ordinato, quali sono i caratteri distintivi dell'analisi
civica come attitudine generale dei cittadini attivi che si
traduce nella capacità di utiliz-zare propriamente specifiche
tecnologie di produzione ed uso delle informazioni. Innanzitutto,
l'analisi civica è un sistema di attività poste in atto dai
cittadini per partecipare al policy-making, e più in particolare
per definire, comunicare e far valere il proprio punto di vista
in ordine alle questioni di rilevanza pubblica e sociale. In
particolare, quando esse riguardano direttamente la tutela dei
diritti e la qualità della vita. Un aspetto da non sottovalutare
è che l'analisi civica, per quanto implichi la produzione e
l'uso di informazioni per formulare proposte, costruire valutazioni,
interpretare la realtà, si inserisce comunque nell'ordine pratico
dell'azione e non solo in quello intellettuale della conoscenza.
Cerchiamo ora di capire quali sono gli attori dell'analisi civica.
Al riguardo, identifichiamo tre tipi di soggetti: a) I cittadini
comuni. Essi, in quanto utenti di servizi o portatori di specifiche
esigenze o condizioni, si presentano come una fonte inesauribile
di dati ed informazioni. Sono inoltre soggetti che possono essi
stessi raccogliere dati ed informazioni, come accade nei monitoraggi
dei servizi o nelle molte ini-ziative civiche per la sicurezza
e l'ordine pubblico. I cittadini comuni, infi-ne, sono portatori
di un proprio punto di vista sulla realtà che va tenuto in massima
considerazione. b) I cittadini "specializzati". Si tratta di
cittadini, anche singoli, che, per ragio-ni diverse, si trovano
ad occuparsi stabilmente di un'area di problemi, ac-quisendo
informazioni e producendo punti di vista. Rendono inoltre attive
le proprie informazioni condividendole con altri soggetti (pubblici,
privati, ci-vici) impegnati nello stesso ambito. c) I cittadini
organizzati. Coloro che promuovono movimenti ed associazioni
rientrano in questa categoria. Il loro ruolo nell'analisi civica
è articolato. Dai dati infatti che provengono dai cittadini
comuni, dalle stesse informa-zioni frutto della ricerca scientifica,
le organizzazioni civiche producono si-stemi complessi di informazioni
collegati ad interi ambiti di politiche socia-li, svolgendo
il fondamentale ruolo di gestire i risultati dell'analisi civica
in sede di definizione ed attuazione di politiche. Venendo alle
diverse forme di analisi civica, possiamo ricondurle alle seguenti
tre categorie principali: - l'informazione civica, cioè la produzione
di dati organizzati ed interpretati, frutto dell'attività dei
soggetti appena citati; - l'uso della conoscenza e dei risultati
della ricerca scientifica in funzione della presenza dei cittadini
nella definizione e nell'attuazione delle politi-che; - la valutazione
delle politiche pubbliche (a priori, in corso d'opera ed ex-post)
da diversi punti di vista, di cui una delle possibili concretizzazioni
è il monitoraggio sulla qualità dei servizi. Le modalità di
raccolta dei dati possono, infine, essere molteplici. Sulla
base de-gli obiettivi specifici e delle esigenze che sottendono
la scelta di condurre un la-voro di analisi civica, possono
essere privilegiate delle modalità piuttosto che altre, come
descritto sinteticamente nello schema seguente:
-
-
-
-
SCHEMA
1 Modalità di raccolta dati ............................................
|
MODALITA' |
DEFINIZIONE |
CARATTERISTICHE |
|
Circuito input-output |
Raccolta di dati di primo grado tramite l'immissione nella
realtà di messaggi che producono, come risposta, dati che
vengono successi-vamente elaborati |
-
Serve a fare emergere violazioni di diritti nascoste -Ha
durata limitata nel tempo e nello spazio |
|
Registrazione |
Raccolta di dati di primo grado generati dalla attività
quotidiana della organizza-zione |
-
In linea di massima permanente - Può essere semplice o complessa
|
|
Ricognizione |
Raccolta di dati di primo e secondo grado per verifica-re
lo stato della situazione in realtà diverse |
-
Deve avvenire rapidamente e contemporaneamente - Limitato
numero di aspetti da osservare |
|
Indagine |
Raccolta di dati di primo e secondo grado finalizzata ad
accertare e descrivere in modo compiuto un aspetto definito
della realtà |
-
Richiede un attento lavoro di progettazione e di messa a
punto degli strumenti |
|
Monitoraggio |
Raccolta di dati di primo grado basata sull'osserva- zione
diretta e di consueto diacronica di un numero definito di
elementi standar-dizzati, rappresentativi della realtà osservata |
-
In generale permanente nel tempo - Può essere utilizzata
insieme ad altre tecniche |

-
2.3.1
) Il processo di costruzione dell'analisi civica
........
-
-
La
considerazione essenziale ed in apparenza scontata, necessaria
premessa a quanto ci accingiamo ad esporre, è che lavorare nei
territori e nella comunità scegliendo l'analisi civica come
strumento, vuol dire porre attenzione al proces-so complessivo
di promozione della cittadinanza attiva. La stessa ricerca od
in-dagine conoscitiva, in generale, ha valore solo se percepita,
sul piano politico e culturale, come una delle fasi attraverso
cui viene restituito senso e spazio a tutti gli attori coinvolti
nella problematica oggetto di osservazione. Ciò vuol dire che
insieme alla ricerca in sé (ma non è questa la sede per approfondire
ulterior-mente tale impostazione), va posta l'attenzione anche
sull'ex-ante e l'ex-post. Ovvero su quello che viene prima e
dopo l'indagine: ci riferiamo alle attenzioni dell'ente locale,
alla negoziazione delle varie fasi di implementazione dell'intervento
conoscitivo, al rispetto ed alla stimolazione per il protagonismo
di tutti gli attori coinvolti, alla co-definizione delle politiche
pubbliche di azione da parte dell'amministrazione locale, delle
associazioni, di singoli cittadini attivi interessati al fenomeno,
in coerenza con i dati e le osservazioni raccolte in fase esplorativa.
Detto questo, sei possono essere considerate le operazioni caratteristiche
dell'analisi civica: l'osservazione della realtà, la definizione
del problema, l'interazione con i soggetti coinvolti, la comunicazione
delle informazioni, il confronto con gli interlocutori, la definizione
e la pianificazione delle soluzioni. Osservazione della realtà.
In ogni ambiente ed in ogni territorio si producono ordinariamente
situazioni di rischio, sofferenza e malessere, nonché sprechi
e disfunzioni che spesso non possono essere rappresentate e
talvolta nemmeno identificate senza le conoscenze delle persone
coinvolte. La presenza delle orga-nizzazioni civiche e la loro
capacità di ascolto è uno strumento per la raccolta e l'interpretazione
dei dati, che favorisce la tempestiva individuazione dei fattori
di allarme. Definizione del problema. Il fatto che le situazioni
di allarme identificate siano ignote o comunque trascurate,
ha come probabile conseguenza l'impossibilità di mettere immediatamente
in campo risposte appropriate. Viene quindi posta in atto una
prima raccolta dei dati, accurata ed approfondita quando è necessario,
per proporre il problema in una forma che permetta la definizione
o la valutazio-ne di politiche, l'elaborazione di azioni generali
di tutela dei diritti dei cittadini, e comunque l'individuazione
dei soggetti coinvolti e degli interlocutori. Interazione con
i soggetti coinvolti. L'individuazione dei soggetti coinvolti
apre la possibilità di un dialogo che non ha finalità meramente
conoscitive, ma pro-duce un'interazione con l'ambiente, tesa
a rendere attivi i soggetti stessi, o me-glio a dare un significato
ad un'attività già esistente. Molto spesso essa fa emer-gere
una leadership che interviene attivamente in tutte le fasi successive,
met-tendo a disposizione nuove risorse per la soluzione del
problema. L'interazione con questi soggetti, producendo una
conoscenza più analitica dei problemi e fa-cendo emergere conflitti
di interessi e di aspettative tra i diversi attori, incide sui
comportamenti professionali, sui rapporti di potere e sulle
relazioni interperso-nali. Comunicazione delle informazioni.
La comunicazione delle informazioni è fina-lizzata a far si
che le rappresentazioni dei problemi ed i punti di vista prodotti
dall'analisi civica siano accettati nell'ambiente in cui si
interviene, e che quindi si produca il consenso attivo necessario
per la definizione e la messa in opera di politiche. La comunicazione
rivolta all'ambiente avviene in tutte le direzioni (cittadinanza,
professioni, istituzioni, media, etc.), mentre quella rivolta
agli in-terlocutori è mirata. A seconda delle situazioni possono
essere messi in atto in-terventi di comunicazione in entrambe
le direzioni oppure una sola di esse. Confronto con gli interlocutori.
Il confronto con gli interlocutori (esperti, ammi-nistratori,
funzionari, giornalisti, etc.) è parte integrante della produzione
di co-noscenze attraverso l'analisi civica, in quanto permette
di accertare la consisten-za e l'effettiva disponibilità di
risorse (ambientali, umane, professionali), che gli interlocutori
possono mettere a disposizione. Definizione e pianificazione
delle soluzioni. Fino al confronto con gli interlocu-tori, possono
restare in campo più ipotesi di soluzione dei problemi. Scelta
quella da praticare, si apre una fase di programmazione e pianificazione
sul me-dio-lungo periodo delle soluzioni concrete da porre in
essere per ovviare alle problematiche emerse in fase di definizione
dei risultati dell'analisi civica. Tale fase, centrata sulla
co-definizione (governance) delle politiche pubbliche da parte
di tutti gli attori interessati al problema, sposta l'accento
in maniera pro-gressiva dall'analisi all'azione sui territori.

-
-
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SCHEMA
2
.....................................................................................
- Processo
di costruzione dell'analisi civica
-
- 1.
Osservazione della realtà
-
-
2. Definizione del problema
-
-
3. Interazione con i soggetti coinvolti
-
- 4.
Comunicazione delle informazioni
-
- 5.
Confronto con gli interlocutori
-
- 6.
Definizione e pianificazione delle soluzioni Nel capitolo successivo
verranno descritti, sulla base di quanto detto finora, i passaggi
che hanno portato alla costruzione, all'implementazione ed alla
promo-zione della ricerca oggetto del presente volume.
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