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Disegno arch. - archivio
Arch. Andrea Ricci
Marzo 2008

"Il Re Sole e Adriano. Una battaglia per il disegno"

 

"Il concetto di disegno, in qualsiasi campo lo si voglia trattare, può essere studiato o in sé stesso, come autonoma attività formativa dell’intelletto, o come strumento, cioè in quanto mezzo con cui si arriva alla costruzione di qualcosa come un edificio, un ponte o una barca, e infine come sintesi di questi due aspetti. Questo schema interpretativo, proposto alla fine degli anni Cinquanta da Luigi Vagnetti, sarebbe in linea di massima ancora valido se non fosse che l’informatica, anche in questo settore, ha modificato radicalmente i termini della questione. Massimiliano Falsitta, in un bel saggio su Villa Adriana, ha acutamente osservato che l’Imperatore concepì la corte del Pecile con modalità architettoniche che gli fecero ottenere “(…) l’effetto di cancellare dal paesaggio fino all’ultima linea dell’orizzonte, quasi fosse una rampa di lancio per lo sguardo verso lo spazio infinito. Il Pecile ricorda quegli sterminati assi ottici costruiti nelle residenze patrizie dell’architettura barocca italiana e francese. Ma mentre queste cercano, in modo piuttosto banale al confronto, di costruire un vero e proprio infinito reso concretamente visibile nei segni sul territorio, il Pecile di Villa Adriana rimanda a un infinito cosmico, assai più reale e al contempo astratto.”

Il disegno proposto dalla “virtuality”, ammesso che abbia senso definirlo “disegno”, è l’analogo digitale della Reggia di Versailles, di quel viale infinito tracciato dal Re Sole: esso vuole otticamente persuaderci circa la raggiungibilità dell’immisurabile. Presentandosi come “augmented reality”, più che soltanto come “virtual reality”, questa potentissima retorica rende inutile il disegno architettonico preinformatico quasi come il telefono e il telegrafo hanno reso obsoleti i messi a cavallo o i colombi viaggiatori. Siamo ancora liberi di servirci di una carrozza per recapitare una lettera dall’altra parte della città, ma per non suscitare scalpore dovremmo fingere di girare un film, e più precisamente un film che racconta una favola. Re Sole ha vinto. Ci impone, oggi, di avere non più una mente pronta ad accogliere quello che Vico chiamò “l’impossibile credibile”, ma solo occhi, tantissimi occhi e retine, pupille dilatatissime che come stupidi specchi diranno al Re, per davvero, che è il più bello e il più grande. È il Re Sole!Eppure questa nostra favola, seguendo l’insegnamento di Gian Carlo Leoncilli Massi, può ancora essere narrata.

Faremo come il premio Nobel John Nash, che dopo aver trascorso una vita accanto a credibilissimi fantasmi che vedeva passeggiare al suo fianco nei giardini di Princeton, decise alla fine di ignorarli del tutto, finché, dopo qualche tempo, quasi scomparvero… Oggi, il procedimento più realistico ed efficace, per produrre un oggetto edilizio, ma anche un’automobile, una lavatrice o un telefono cellulare, è quello della costruzione e del montaggio finale di singole parti preformate. L’assemblaggio di pezzi finiti, la necessità di effettuarlo in modo rapido, pulito ed esatto, è ciò che condiziona radicalmente tutti i precedenti passi creativi, inventivi e costruttivi. Il processo che sta alle spalle del montaggio finale, non è ridotto ad altro che al dover redgere “fogli delle istruzioni” simili a quelli che troviamo nelle scatole dei modellini degli aerei: per ogni pezzo, un numero, per ogni numero, una inequivocabile relazione posizionale con il numero vicino. L’unica ed efficace tecnica grafica che possa supportare un simile processo produttivo è il disegno CAD-CAM. Per suo tramite, qualsiasi tipo di oggetto può essere prima disegnato, poi verificato in termini prestazionali per essere eventualmente modificato, infine costruito per mezzo delle macchine che leggono il disegno stesso come istruzioni numeriche semplicia.

Il disegno digitale è dunque la chiave di accesso obbligata per produrre “economicamente” oggetti e parti di oggetti, mentre l’altra faccia di quell’unica medaglia produttiva è la retorica del Re Sole, cui accennavamo, che nascondendo quei rigorosi automatismi si può presentare come strumento persuasivo stimolatore dei desideri dell’utente di tutto il processo: il consumatore. Un meccanismo perfetto, che possiede i mezzi e sa convincere della necessità dei fini, tecnico-scientifici i primi e commercial-finanziari i secondi. Chi si pone fuori dal processo è relegato ad essere “nicchia di mercato”. Sopravviverà, forse, se riuscirà ad agganciare i settori economicamente avvantaggiati della schiera dei consumatori, oppure, nella maggior parte dei casi, scomparirà del tutto.

Essere “custodi” della secolare continuità del mestiere significa, per noi, parlare del disegno architettonico come “immagine compendiosa” e “scrittura reversa”, cioè attività del pensiero che “esprime un diverso concetto di rappresentazione-figurazione della forma dello spazio. È un diverso modo di scrivere, è un diverso modo di pensare, a cui non interessa (il) comunicare (…)” (G. C. Leoncilli Massi), ma solo il meccanismo del suo formarsi. Ciò che E. Di Rienzo, riferendosi a Leonardo, ha chiamato “immagine compendiosa”, è un disegno che richiedendo uno “specchio” per essere letto e interpretato, proprio come la “scrittura reversa”, scardina il valore puramente strumentale che il processo produttivo assegna al disegno stesso.

Pone l’accento esclusivamente sui pensieri spaziali che in esso sono depositati con “precisione confusa” (P. Valéry), innescando un corto circuito in chi voglia inserire un simile “strumento grafico” nella catena di montaggio: esso non consente una programmazione lineare dell’iter realizzativo, non permette di fare a meno della sapienza costruttiva e artigianale di chi costruisce l’edificio, ma soprattutto è intrinsecamente, con la sua evoluzione spesso contraddittoria, funzione di approssimazione all’idea di spazio, più un processo ermeneutico che un insieme di atti propedeutici alla produzione edilizia. Per noi disegni come quelli pubblicati in queste pagine, certamente non “belli” in termini retinici, tantomeno confezionati secondo la convenzionale “cosmesi” dell’apparire, contengono, intera e compiuta, l’idea spaziale immaginata; di essa ne sono “figura”, ma lo “specchio” che la decripta per farla diventare forma deve coincidere o con la stessa facoltà immaginativa che l’ha fatta nascere, o con un ulteriore atto conoscitivo prodotto da una capacità affine. Nessun automatismo è possibile! Quindi nel disegno, memore del complessivo “processo di progetto”, alberga tutto lo svolgimento dell’iter compositivo libero dai condizionamenti del mercato.

Quello è il disegno architettonico come “ricerca paziente”, mestiere architettonico, questa è banalmente commercio, produttività tecnico-edilizia, marketing. La Leggenda del comporre, di Gian Carlo Leoncilli Massi, ci ricorda che: “…esiste ancora la memoria di cosa sia stato il disegno architettonico. Ho avuto la grande fortuna di essere vicino, negli anni della sua triste vecchiaia, ad un grande maestro del nostro tempo, Mario Ridolfi. Un piccolo uomo con gli “straccali” rossi e folti capelli bianchissimi, ma che appariva grande come un gigante. Ho potuto vedere quel lento scrupolosissimo suo disegnare per costruire, e come un tempo ho scritto, era l’azione di un grande liutaio, perché avevo conosciuto e frequentato un vecchio liutaio, apprezzandone la tradizione profonda, il sapiente mestiere, e la capacità di applicare le funzioni armoniche entro le antiche figure, che poi divenivano forme individue come meravigliose viole. Ridolfi, per mesi e mesi, lavorava facendosi pagare una miseria, instancabile su un disegno, parlando e conoscendo attraverso il disegno stesso il pezzo progettato, del quale si sentiva padre: un meraviglioso mastro Geppetto o un redivivo Eupalino”. (G. C. Leoncilli Massi) Una suggestione sempre viva, con cui è ancora possibile combattere il Re Sole."

Dott. Arch. Andrea Ricci - Firenze architettura - n. 1/2/2003 - Tav. apertura Arch. Daniele Spoletini

 

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